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Il viaggio lungo lo stivale di Fabrizio Barca per discutere del documento “Un Partito nuovo, un buon governo”, si è fermato per un giorno ad Avellino, in occasione della Festa dell’Unità organizzata dal Circolo Foa del Partito Democratico.
L’ex ministro del governo Monti, in questi mesi, ha elaborato una proposta seria per affrontare il declino del Paese, partendo dalla analisi delle cause: “Se non partiamo dalla diagnosi non è possibile superare questa fase di emergenza. Non è un caso che l’Italia, nonostante avesse meno condizioni per patire la crisi è la nazione che ne ha sofferto di più”. Brevi, ma puntuali le analisi macroeconomiche e sociali che secondo il Professore hanno condotto alla drammatica crisi sociale e democratica in Italia. “Le ragioni – spiega – risiedono prima di tutto nel sottoinvestimento pubblico e privato, in termini di investimenti nel welfare sociale siamo dietro tutti. Secondo nella mancanza di produttività: se non cresce la produttività il capitalismo va in affanno e se non cresce è perché manca la ricerca. Terzo, l’Italia è lo Stato più arcaico e normocentrico dell’occidente: pensiamo che nella decisione ci sia tutto il sapere, invece dobbiamo recuperare il nesso tra il sapere, il conoscere e il deliberare. Infine la grave crisi culturale che stiamo attraversando. Quando si ferma la frontiera dell’avanzamento sociale si diventa un paese di rendita”.
Per combattere le cause della crisi, Barca ricerca la soluzione nella partecipazione e nella creazione di un partito nuovo che recuperi il ruolo di intermediario sociale: “Nel Pd vedo un doppio binario, da un lato c’è la volontà di appiattire tutto intorno agli eletti, facendo ruotare il dibattito intorno a Montecitorio, dall’altro, c’è un partito fatto di segretari di circolo e il circolo Foa ne è un esempio, che vuole recuperare la voce della gente. Il partito non è delle Istituzioni, ma appartiene alla società. Il partito deve essere strumento di confronto tra la base e i vertici, luogo in cui poi alla fine si tirano le fila e si maturano soluzioni”. Il Professore non si nasconde dietro la necessità di identificare il Pd con la sinistra: “Noi abbiamo bisogno di recuperare l’operaio che si sporca le mani, il ceto urbano precario e quello rurale, vanno intercettate le loro esigenze per poi portarle nel partito e farne argomento di discussione. Ciò che qualifica un partito di sinistra è quello che diceva Giorgio Gaber: la libertà è partecipazione. Essere di sinistra è credere nell’uguaglianza sociale, in un continuo avanzamento della società e la destra è contraria a tutto questo”.
Fabrizio Barca nel Pd è l’outsider, colui che può capovolgere la partita in vista del congresso e alla fine dei giochi tentare la zampata, tuttavia giura di non candidarsi alla segreteria: “Non mi candiderò alla segreteria perché nella vita ho fatto tante cose matte, ma le ho fatte quando ce ne erano le condizioni, ad oggi queste condizioni non ci sono. Credo nelle mie idee, ma ammetto che sono ancora immature, inoltre sono solo e per creare un progetto serio ci vuole conflittualità. Se guardo a personaggi come Blair e Braun, vedo due leader che hanno saputo convivere per sette anni nello stesso partito, anche litigando, ma alla fine hanno trovato una strada comune. Voglio dire che il percorso è lungo e non ci sono scorciatoie”.
(di Rosa Iandiorio)