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Dopo il decesso del polacco, lettera aperta della Onufriyenko

Avellino – Valentyna Onufriyenko, responsabile dell’Ufficio Immigrati della Cgil di Avellino ha commentato la tragica morte del neocomunitario polacco, avvenuta presso la struttura del Mercatone in Largo Ferriera ad Avellino. Una morte da non dimenticare: in questi termini Valentyna Onufriyenko si è espressa in una lettera aperta per ricordare l’uomo, il cittadino che “… nel suo viaggio verso l’aldilà si è portato via un pò di speranza, di fiducia e dell’entusiasmo di tutti. Muoiono con lui i ricordi della sua terra, dei suoi affetti, delle tradizioni e della cultura che si era portato venendo qui. La sua morte non è fatalità. È una storia di solitudine e di egoismo di una società tesa verso falsi valori. Guai a dimenticare e quindi assuefarsi ad eventi tanto tragici e disumani, quasi fosse un videogioco anestetizzante. È dannoso pensare che certe realtà siano lontane da noi, guardandole semplicemente dalla finestra di casa nostra. Da immigrata voglio evidenziare un aspetto umano e sociologico, legato a questa tragedia. Molti immigrati hanno lasciato le loro case e le loro famiglie, spinti da esigenze materiali di sopravvivenza, percorrendo la strada verso ovest, pieni di fiducia, utopie ed ingenuità. Non è stato facile impattare con una realtà diversa dai sogni e dagli auspici. Molti hanno comunque avuto la forza ed il coraggio per sopravvivere in un mondo diverso e difficile. Si sono adeguati e mimetizzati (per la paura di essere troppo diversi), accettando tutte le novità (non piacevoli). I più deboli sono crollati. Ma sarebbe grave parlare di legge della giungla. È necessario, invece, comprendere che i fenomeni migratori non sono solo ‘problemi’ nazionali, ma assumono dimensioni continentali. E le soluzioni devono essere antropologiche, non di irregimentazione. L’Europa tutta deve farsi carico dell’emergenza e dell’accoglienza dei flussi attraverso una politica organica e ragionata, che superi gli egoismi nazionali ed ancor più locali. L’immigrato deve essere accettato come risorsa umana importantissima nella crescita economica di uno Stato, valorizzandone le capacità culturali e professionali, evidenziando la ricchezza data dall’incontro di storie e comportamenti, per condividerle ed includerle nelle collettività ospitanti. L’integrazione – o meglio, l’inclusione – non è un programma vuoto, che richiama veloci immagini retoriche. I passi da compiere obbligano, ad esempio, un inserimento occupazionale a pari diritti e doveri con i cittadini del Paese ospite. Come pure per l’integrazione dei minori è assolutamente indispensabile un adeguato e graduale processo d’inserimento scolastico: programmi specifici, differenti supporti didattici, corsi di recupero, programmazione individuale, ove necessario. É altresì necessario un programma abitativo di transizione alla stabilità, in cui possa essere garantita un’abitazione degna, anche se economica e popolare, temporaneamente, sotto l’egida dei Comuni, assieme ad un’adeguata assistenza. Obbligatorio, poi, il potenziamento dell’assistenza sanitaria e sociale, utilizzando e valorizzando le strutture e le istituzioni già presenti (Piani di Zona, Distretti socio-sanitari). L’inclusione sociale è una globalizzazione ‘buona’ e sbaglia chi teme di perdersi nel mondo.”

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