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E sono stati proprio i ragazzi, invitati ad intervenire e a restare sul palco con le proprie domande, i protagonisti dell’appassionato intervento di questa personalità da tempo attiva nel campo sociale oltre che religioso. “Don Ciotti perché oggi la Mafia e la Camorra sono assurti a sistema culturale?” ha chiesto Serena. “Perché la politica sembra incapace di affrontare e risolvere questo problema?” è stata la domanda di Roberto, alla quale è seguita quella di Maria: “Perché non si riesce a debellare questo male e soprattutto estirparlo?”. Domande a cui Don Ciotti ha cercato di rispondere avvalendosi non di ragionamenti filosofici o religiosi ma storici e culturali.
È stato un intervento che si è mosso sul filo della più recente e scottante storia italiana, che ha richiamato alla memoria i nomi di quelle persone, magistrati, forze dell’ordine e civili, che hanno guardato in faccia e affrontato questo ‘male’ e che di questo male stesso sono morti. Chinnici, Falcone, Borsellino, Rivantini, Caccia, tutti servitori di un bene supremo chiamato “Giustizia”.
È stato un appello alla “distinzione per evitare di confondere”. Un invito alla riflessione, a non generalizzare: la politica così come la “comoda distinzione Nord-Sud. Perché la Mafia – ha spiegato – è un problema territorialmente non circoscritto, non bisogna pensare che riguardi solo il Sud. Milano è la quarta città d’Italia per beni confiscati alla mafia, c’è un comune piemontese che è stato commissariato per infiltrazioni camorristiche per non parlare poi della Mala del Brenta o dell’assassinio del Procuratore Capo della Repubblica Bruno Caccia. Non c’è regione italiana dove non si registrino infiltrazioni camorristiche”.
Spazio poi ad una riflessione sulla politica, alla quale Don Ciotti non ha riservato parole al vetriolo, come va tanto di moda in questo periodo. “Disse un grande papa, Paolo VI, che ‘La politica è il più grado alto di carità ’” ed è da qui che Don Ciotti è partito, dalla primaria funzione della politica, quella di essere strumento di altruismo e filantropia, “funzione da cui non tutti i politici sono avulsi, perché – ha sottolineato – bisogna operare un doveroso distinguo tra gli onesti e quelli che invece calpestano il fine ultimo della loro missione e bramano solo il potere”.
Eppure alcune contestazioni Don Ciotti le ha fatte. Lui, fondatore e presidente di “Libera”, coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi e scuole, nato nel 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie, è uno che di lotte ne sa qualcosa. Il suo impegno si è precisato negli anni soprattutto nella lotta per l’ottenimento di una legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un milione di firme per una legge che però soltanto in parte ha risposto alle aspettative. Perché questa legge c’è stata ma limitata soltanto alle proprietà immobili e non ai beni aziendali: “Così non solo nessun mafioso non ha più intestato a proprio nome un solo bene ma le aziende confiscate alla malavita non sono destinabili ad uso sociale lasciando così per strada gli onesti lavoratori”.
Diverse le denunce quindi che il prete ha sollevato: quella del nuovo fenomeno della corruzione dei “colletti bianchi”, quella dell’eccessiva lungaggine dei processi giudiziari “Siamo tra i paesi più industrializzati al mondo eppure nella classifica mondiale per efficienza della macchina giudiziaria figuriamo alla 152esima posizione su 180 nazioni. Ci devono essere meno leggi e più legge, bisogna applicare cioè le disposizioni del nostro ordinamento”.
Don Ciotti è reduce da un viaggio in Messico durante il quale ha avuto modo di constatare la drammatica situazione del paese, crocevia del commercio internazionale di cocaina: “Centinaia di agenti della polizia uccisi dai narcotrafficanti, centinaia di persone sequestrate o scomparse. Numeri amari che però non sono poi così distanti dalla nostra realtà, dove ogni giorno, 2 o 3 persone vengono uccise dalla camorra o dalla mafia, dove migliaia sono i morti vivi, i “martiri” della malavita, lavoratori a nero, vittime dell’usura o del racket. Non è accettabile che 59 milioni di italiani siano ostaggio di poche migliaia di criminali”.
Non ci sono ingenui ottimismi, non svende parole di speranza Don Ciotti, e pone la questione dell’estirpazione di questo male in termini lontani da derive buoniste: “Le Mafie non moriranno mai se prima non cambiano noi. Bisogna prendere coscienza del fatto che il cambiamento siamo noi, che la lotta a questo cancro deve partire dal tessuto sociale”.
Ed è un cambiamento che deve passare per tre porte: conoscenza, responsabilità e giustizia. (di Oderica Lusi)