Costituente – G. De Mita: “Non un terzo polo ma un valore aggiunto”

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Avellino – LE INTERVISTE DI IRPINIANEWS – Nessuna posizione anacronistica. Né, semplicemente, poli un tempo opposti che oggi si attraggono. Solo un percorso che arriva al suo esito naturale mosso non da una spinta di sovversione ma di cambiamento. Quando la politica diventa carente nella logica della sua primaria funzione e non risponde più al territorio e quando il divario con il cittadino può essere colmato solo attraverso la creazione di un ordine alternativo, allora si capta l’esigenza della nascita di un ‘alter ego’. Una figura in grado di compensare gli squilibri e colmare le naturali lacune di un sistema a detta di molti imperfetto. Così la Costituente di Centro ha captato l’esigenza del tempo e si è costruita una nuova identità nella necessità, e perché no nell’ambizione, di fornire risposte concrete. Creare nel caos una strategia in grado di avvicinare il più possibile al cosmo.
Giuseppe De Mita, componente irpino del Comitato regionale della Costituente, bandisce ogni ipotesi di creazione di un ‘terzo polo’ e spiega i motivi della nascita del nuovo movimento moderato. Una figura che, seppur distinta dalla presenza di nomi illustri della politica, muove i primi passi in un contesto delicato ed ancora in via di definizione.
Un momento particolare in vista del prossimo appuntamento elettorale in cui ogni tassello dell’intricato mosaico va inserito al proprio posto su una piattaforma di alleanze, convergenza di vedute e traguardi condivisi.

Costituente di Centro: primi passi tra presupposti e obiettivi
“Le circostanze e gli eventi degli ultimi periodi, compresi gli ultimi passaggi elettorali, ci hanno spinto ad una posizione che abbiamo già rappresentato in campagna elettorale. Ma il contesto, all’epoca gravido di equivoci, non ha consentito una visione esatta della situazione. Il ragionamento che stiamo portando avanti è identico a quello basato sullo sviluppo, intrapreso ai tempi della Margherita e indirizzato ad un confronto diretto ed immediato con le comunità locali.

Rapporto politica-cittadino: qualcosa è andato smarrito?
“L’equilibrio politico sorto all’indomani del 1993, con un bipolarismo fatto di cartelli elettorali, un vero caravan serraglio, non ha interpretato le vere esigenze dei cittadini. Il susseguirsi di governi di centrodestra e centrosinistra ha sortito sempre e comunque l’effetto di lasciare insoddisfatto l’elettorato. Da qui la presa d’atto che il bipolarismo non è in grado di soddisfare le esigenze del Paese. A questo si aggiunge il fatto che dopo il governo Prodi non si è più parlato di bipolarismo ma di bipartitismo. Un punto di non ritorno in cui è necessario inserire un elemento di rottura.
Il governo nazionale, dopo una forte spinta iniziale, ora manifesta difficoltà. L’esempio lampante è la questione Alitalia, caratterizzata da una lite caricaturale tra Milano e Roma, in cui si è inserita poi la compagnia di bandiera francese. In questo contesto il Pd si è identificato come una sorta di ectoplasma politico, un circolo di gladiatori.
Altro esempio di non poco conto è rappresentato dalle elezioni in Abruzzo dove i cittadini hanno mostrato di non riconoscersi in nessuno.
Gli esempi pratici, poi, vanno integrati con il risultato dei sondaggi. Secondo il Censis, ad esempio, il Pd in rotta perde una percentuale di otto punti che contestualmente non vengono guadagnati dal Pdl. Questo denota un malessere profondo, l’incapacità di collegare il piano individuale a quello generale. Noi proviamo a muoverci per segnalare la fragilità dell’equilibrio politico che si è determinato”
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Dunque, si potrebbe parlare della nascita di un terzo polo?
“Direi di no. La questione non va inquadrata in questo tipo di ragionamento.
Noi stiamo provando ad organizzare una proposta politica che non è terza rispetto ai poli ma si propone come alternativa ad un sistema. Ci caratterizza una alterità radicata.
Il superamento del sistema non deve organizzare la politica su elementi protoideologici e generici, come è avvenuto negli ultimi 15 anni, ma deve riprendere un percorso concreto partendo dalle comunità locali, dal radicamento della persona nel contesto in cui vive e si muove. L’ambizione è quella di ridefinire l’identità personale e collettiva per muoversi in un contesto globalizzato. Un processo che noi avevamo iniziato con la Margherita ma che ha avuto come recinto la condizione di muoversi in uno spazio politico obbligato: il centrosinistra”
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L’alleanza con il Pdl di cui tanto si parla appare singolare. Per cultura e per trascorsi storici e politici si può parlare di posizioni agli antipodi…
“Noi ci muoviamo verso alleanze possibili per segnare una nuova struttura di governo.
Non c’è nessuna sovversione rispetto al passato. Solo il percorso logico di quanto accaduto nell’ultimo decennio. Ci muoviamo dalla contingenza di una cultura del personalismo cattolico, reinterpretiamo la modernità tornando all’antico.
Lo stesso Sturzo non aderì al comunismo o al fascismo ma valutò e si mosse verso la persona, un’esigenza che oggi riemerge nella sua totalità, contro la tendenza ad agglomerare individualità sparpagliate. La formula è la capacità di captare ed organizzare interessi locali collocandoli in quello generale. Le nostre alleanze, oggi, non sono per la coalizione o per i voti ma per i programmi”
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In che senso alleanza su programmi?
“Nel sistema bipolaristico percepiamo l’esigenza di uno spartiacque netto.
Berlusconi ha introdotto un’alterazione del sistema politico, fuori dalle regole della democrazia rappresentativa. Prodi e Veltroni non hanno fatto altro che adottare una posizione similare. Avendo impoverito il concetto di democrazia rappresentativa la politica è volta alla conquista del potere. Le nostre valutazioni di base restano. Ci muoviamo per definire un interesse con la persona e tutelare gli interessi locali. Formuleremo le nostre proposte e avalleremo le altrui posizioni solo ed esclusivamente su progetti e programmi condivisi, ritenuti validi per il raggiungimento di uno scopo comune.
Ad Avellino il Pd è arenato intorno alla difesa della posizione di potere. Ma è solo. I partiti di centrosinistra preferiscono proseguire in un percorso autonomo. Perché si è perso il concetto di coalizione, cioè delle organizzazioni nate intorno a programmi che si facciano carico dei problemi di questa provincia.
La logica della coalizione serve ad inserire elementi critici in grado di formulare risposte che in termini pratici si possono dare solo amplificando la visuale. La logica non è quella di ottenere più voti ma di mettere insieme più persone per fornire variegate risposte in un’ottica diversa ma convergente
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Dunque la Costituente intende assumere la dignità di valore aggiunto all’interno di in sistema di alleanze?
“Si, nient’altro che un valore aggiunto. L’alleanza finora è stata concepita come cartellone elettorale contro qualcuno, non si è mai discusso, invece, dei motivi dello stare insieme.
Tutto questo ha deresponsabilizzato la politica. Il politico non era votato per un programma ma perché apparteneva ad un cartello. Dunque è necessaria una radicale eversione rispetto all’attuale sistema. Attenzione anche al pragmatismo, importante perché rilancia la dinamica politica alla concretezza. In un contesto del genere, allora, è facile comprendere chi ha qualcosa da dire e chi non ha nulla da dire”
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Siamo in prossimità delle elezioni. I cittadini sono chiamati a scegliere il proprio leader. Nella classe dirigente irpina ci sono figure in grado di ricoprire un ruolo che li investa di tale responsabilità? Insomma, l’Irpinia, nel centrodestra o nel centrosinistra, ha il suo leader?
“Non credo ce ne siano ma perché manca il substrato. Mancino, De Mita e tanti altri sono stati leader perché alimentati da un sistema diffuso. Non era solo il nome, ma tutto ciò che vi ruotava intorno. Nei leader è stata vista la proiezione di espressioni determinate. Oggi la condizione della politica è vile, ci sono persone nel Pd che 40 anni fa erano in quarta fila ed ora, a 60 anni, avanzano ancora l’ambizione di emergere.
Il vero leader non è il più intelligente ma chi ha la forza maggiore di caricarsi di una responsabilità: è qui l’eccezionalità.
La stanza del potere è fatta della capacità di interpretarlo.

I cittadini risentono dello smarrimento del riferimento territoriale della politica. Noi stessi avevamo ipotizzato che il Pd nascesse non per disciplinare il voto degli elettori del centrosinistra ma per fornire una risposta, per rompere la rigidità dell’ultimo decennio e intercettare l’elettorato virato verso Berlusconi. È stato l’esatto contrario. A questo punto la formula va individuata in una progressione nell’organizzazione degli interessi, in una rete di relazioni imposta dalla dinamica della globalizzazione, e non dagli inutili feticci che finora ci hanno rifilato”
. (di Manuela Di Pietro)

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