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Congresso – De Mita: Sì al Partito democratico…con qualche riserva

Roma – Un Congresso all’insegna del recupero dell’identità storica con frizzanti passaggi per sancire il rapporto tra vecchie e nuove generazioni e con tematiche di tutti i giorni arricchite da cultura, futurismo e ironia. Non si smentisce, nel nuovo contesto della Margherita, il leader nuscano Ciriaco De Mita che, pur avallando gli indirizzi dettati dal segretario nazionale Rutelli, difende senza remore e con grande stile l’identità dei cattolici popolari, una identità che non può svanire a discapito di un progetto di più ampio respiro. Chiaro il suo punto di vista: “No alle primarie per il Partito Democratico, non risolvono il problema e conferisco alla questione connotati demagogici”. All’ammissione con riserva, poi, un ulteriore codicillo: “Si al Pd ma a patto che non confluisca nel partito Socialista Europeo”. Una posizione che non sembra lasciare margini di dubbio e che scioglie sul nascere ogni riserva riversando l’attenzione su altre questioni di carattere puramente interno. Anche in questo caso il monito è chiaro: proiettarsi nel futuro senza perdere di vista i valori del passato. Una conciliazione di idee, abitudini, cultura che deve adeguarsi alle esigenze dei tempi senza perdere l’originaria linfa vitale. Standing ovation sin dall’esordio con molti avellinesi presenti al seguito. “Oggi non abbiamo paura di confrontarci con il passato, ma il problema non è garantire la libertà in astratto, ma in concreto”. Un problema, quello della libertà, che non può essere affidato alla politica. Non solo, almeno. Ed un monito per i giovani, punto focale di un intervento che non tralascia il rapporto tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’: “Non vi aspettate che noi risolviamo qualcosa, non vi aspettate che la politica risolva qualcosa. Guai a chi immagina di crescere aspettando donazioni. Noi però affinché i giovani possano partecipare abbiamo un dovere: il rapporto tra vecchio e nuovo non è la ‘sostituzione’, il ricambio è dato piuttosto dalla possibilità data agli anziani di aiutare i giovani a conquistare il ruolo di guida e la capacità di gestione”. Un discorso di 35 minuti non senza picchi di spiccata ironia: “Ho l’abitudine a sforare e con l’età le abitudini si consolidano”. Ma il tempo non prende il sopravvento sull’essenza del discorso: l’antitesi tra passato e futuro, tra vecchio e nuovo. Per sapere dove si va bisogna sapere da dove si parte. In questo momento ci sfugge l’analisi della nostra condizione. Senza un approfondimento delle conoscenze e degli ostacoli che abbiamo incontrato difficilmente possiamo uscirne”. E la formula per il ‘nuovo’ è la “rilettura della storia” che si conduce “recuperando la comprensione di ciò che è stato a patto che non prevalga il criterio che la santificazione del passato sia funzionale a legittimare i nostri errori presenti”. Da qui la necessità di riscoprire le proprie radici “risanandole laddove sono recise ed alimentandole con nuova linfa”. Solo in questo modo è possibile costruire il futuro, un futuro all’insegna della “grande storia della democrazia possibile, quella che dovremmo conquistare senza l’utopia del futuro e senza la rassegnazione al presente”. In questo schema un ruolo decisivo è quello giocato dal consenso, dalla comprensione del popolo che non riveste più il ruolo di “coro muto” ma di protagonista consapevole della propria partecipazione e della propria crescita”. Dunque, il compito più astruso è quello attribuito all’intelligenza umana che deve essere in grado di “misurarsi con il futuro nella massima consapevolezza”. Qui il vero valore del Congresso: ‘la sfida ad impegnarsi per radicare’.

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