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Cinipide, gli agronomi chiedono lo stato di calamità naturale

Tramite il segretario dell’Ordine Raffaele Rodia, l’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali di Avellino sollecita il riconoscimento di calamità naturale per i territori castanili di Serino, Solofra e Montoro Superiore. La domanda di richiesta è stata già sottoscritta da decina di agricoltori che, a causa dei danni prodotti dal cinipide del castagno, si vedono decurtata la produzione del frutto di oltre l’80%. Quello che negli anni passati si paventava e temeva, purtroppo, quest’anno si è verificato e l’attenzione degli agronomi irpini non è diminuita. La calamità fitopatologica cosi come si è conclamata ha causato, nelle piante di castagno, la diminuzione della crescita vegetativa; una drastica perdita della produzione, e la senescenza precoce che puo indurre le piante attaccate alla morte. Queste, le conseguenze che le piante di castagno da frutto hanno subito dall’attacco del terribile insetto: il cinipide galligeno. I danni sono certi ed evidenti e le preoccupazione dei castanicoltori, per la perdita di reddito e per i danni agli impianti ed alle strutture fondiarie, sono tangibili.

“Allo stato non sono più sufficienti i convegni divulgativi, il monitoraggio ed i vari tavoli tecnici attivati a più livelli – spiega Rodia – come non è più accettabile la sola lotta biologica che come risaputo abbisogna di tempi lunghissimi. Si rende indispensabile attivare altre tipologie di interventi tra cui anche trattamenti con formulati consentiti dalla normativa vigente. D’altronde, la sola lotta all’insetto non è soddisfacente, bisogna intervenire sulle piante attaccate con trattamenti protettivi e di concimazione che aiutano le stesse a svolgere la loro funzione vegetazionale». In realtà gli interventi da parte delle istituzioni dovrebbero volgere soprattutto verso un aiuto diretto ai castanicoltori a supporto ed integrazione della perdita di reddito e della ricostituzione degli impianti e delle strutture fondiarie”. Ma non solo. Per Rodia “è necessaria anche la messa a punto di un protocollo dei trattamenti con formulati consentiti e con lo stretto controllo dei servizi di fitopatologia regionale”. “Pare ovvio sottolineare che nella ipotesi di perdurante immobilismo da parte delle istituzioni – chiude Rodia – il rischio che si corre è quello di un generale fai da te da parte degli operatori ed ancora peggio di un abbandono generalizzato delle zone castanili con gravi ripercussioni sul sistema idrogeologico e paesaggistico dell’intera area investita dalla coltura del castagno”.

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