“Chi cumanna nun sente dolore”: una sera sul Formicoso

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(di Antonio Porcelli) – E’ un pugno nello stomaco l’altopiano: appare a distanza di anni un gigante buono con interventi estetici che ne hanno deturpato l’anima. Le imponenti pale per trasformare il vento in energia pulita sono un paesaggio lunare che contrastano con i ricordi, il frusciio normale, i volti della gente. Come è cambiata l’Alta Irpinia, quella della Terra scavata, raccolta, seminata, amata. Ascolto le “canzoni della Cupa”, i canti a sonetto, le parole di Mario che continua a mormorare nel suo dialetto, la frase: “Chi cumanna nun sente dolore”. Una sorta di ammonimento, quasi rassegnazione davanti alla scelta imposta dall’alto. In auto durante il ritorno quel “Chi cumanna…” mi ritorna in mente. Chi cumanna realmente? Chi riesce a comprendere le gioie e i dolori con nobiltà e immediatezza? Ho in mente i volti della gente comune, di chi scruta oltre Pero Spaccone quasi come un messaggio. Nessuno tocchi il Formicoso, nessuno tocchi i “nostri “ sentimenti ingenui, la nostra etica, i luoghi del passato, le tradizioni, la nostra vita. La musica che si irradia sull’Altopiano è la voce. Stornelli e strambotti, la barbetta di Vinicio, la passione, la battitura del grano, la partenza del soldato, lo sbucciar delle pannocchie, il corredo della sposa, il suono dell’organetto, i circoli degli operai: tutto diventa nel paesaggio lunare, il ritorno dell’armonia. Si canta dell’amore, dell’adolescenza, di “Teresuccia” e le virtù delle fanciulle, dell’intraprendenza dei più giovani, dei corteggiamenti anche cafoneschi ma mirati, delle promesse di matrimonio. Immagini per gente dal palato poco fine ma vero. Noi irpini, noi del Sud, siamo tutti figli dei contadini: nel nostro passato abbiamo i riferimenti al mondo soprannaturale che si è sovrapposto a quello reale quasi per scacciare a mò di status le rughe del passato. Ha ragione Vinicio: siamo figli del canto, quello riservato alle ore del mattino e della sera, della vendemmia ritardata, al dolore di fatiche deluse, al ricordo delle colline indorate di ginestre fiorite, al raccolto del granone, alle donne che si facevano desiderare dallo sposo. Vinicio il messaggero, la spallata, Vinicio il cantautore, la finestra aperta sul nostro mondo antico, genuino, qualificante. Alla fine anche i giornali nazionali hanno scoperto l’Alta Irpinia. Potenza della canzone e dei suoi protagonisti migliori. Il canto rispecchia l’animo, la politica il potere. E da poche ore nella terra della poesia popolare e della forte Stirpe, avanza lentamente,oltre la rassegnazione per le decisioni calate dall’alto, il nuovo concetto della politica. LA TERRA non va uccisa, mortificata, deturpata. A questo punto a chi interessa l’Alto Calore, la Provincia, le Case popolari e le divisioni tra ex amici? La Terra è offesa, gli uomini continuano a beccarsi in nome di una legge elettorale senza la possibilità del voto, proiettando parenti, amici e amiche nei posti chiave. Bravo Vinicio, continua a cantare, continua civilmente a proporre la testimonianza della nostra gente, la memoria di un popolo e delle sue origini, fai risvegliare l’anima sopita facendo riscoprire il prato,la vallata e l’acqua, il vento e la storia, invitando alla riflessione e alle ragioni della vita, perchè il miracolo del quotidiano è fatto di emozioni, dell’appartenenza e dell’amore. I figli dei contadini di ieri e di oggi conoscono bene il significato dell’aria e dell’antico. Chi cumanna nun sente dolore… forse non appartiene all’Alta Irpinia.

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