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E proprio come allora, anche ora l’esagerazione è di rito. Travestimenti, canzoni, suoni, crepitio di nacchere e battito di tammorre accompagnano l’ingresso in chiesa. Poi il silenzio cala improvviso e si leva alta un’invocazione salmodiante, tra la litania del muezin e il grido dei venditori, che chiama a raccolta le figlie della Mamma schiavona, facendo risuonare nel presente un’eco mediterranea lontana. A intonarla è il noto artista folk Marcello Colasurdo, ex operaio dell’Alenia di Pomigliano d’Arco, a lungo frontman del Gruppo musicale E’ Zezi e cantore ufficiale della galassia LGBT. “Non c’è uomo che non sia femmina e non c’è femmina che non sia uomo”, ripete come un mantra. Mentre all’esterno il rito lascia affiorare tutto il suo fondo pagano e le figure sensuali della tammurriata ricordano in maniera impressionante le danze degli affreschi pompeiani. Veli volteggianti, fianchi roteanti, gesti ammiccanti. Pier Paolo Pasolini, stregato dal fascino arcaico di queste nenie rituali, nel 1960 volle registrarle personalmente dalla viva voce delle devote per usarle come colonna sonora del suo Decameron. E ancor prima, Zavattini e De Sica parteciparono al pellegrinaggio dei femminielli quando erano in cerca di ispirazioni per “L’oro di Napoli”.
Il carattere pagano del culto ha spesso provocato scontri con l’autorità ecclesiastica. In due occasioni, nel 2002 e nel 2010, l’abate del santuario ha scacciato i gay dalla chiesa scagliando su di loro un vero e proprio anatema. Che ha suscitato lo sdegno del mondo progressista e non solo. Ma i coribanti di oggi non si lasciano intimidire da diktat così poco evangelici. Loro vogliono bene alla Madonna e la Madonna vuol bene a loro, il resto non conta. E si mostrano ogni anno più determinati nel trasformare il pellegrinaggio in occasione politica, in piattaforma democratica di lotta contro l’omofobia che ancora affligge il nostro paese. Tra i più agguerriti Porpora Marcasciano (presidente del MIT – movimento identità trasgender – di Bologna), e Vladimir Luxuria. Che ogni anno sale a Montevergine per onorare la Madonna nera. Perché, tiene a dire, “da secoli le persone diverse si sono riconosciute in questa Madonna diversa. Una madre che guarda solo nel nostro cuore e non si interessa all’involucro che lo contiene”. Così la rivendicazione dei nuovi diritti fa suo un simbolo ancestrale. Avvicinando i due lembi estremi della storia. Un passato millenario e un futuro necessario. E al di là di tutti i distinguo politically correct e delle nuove sigle identitarie, quel giorno si diventa tutti femminielli. Anime femmine in corpi mutanti. Diversamente uguali nel nome della Madre. (R.it)