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Partiamo dalla fine di questo campionato. Siena ha vinto il tricolore, successo meritato? “Credo proprio di sì. Il Montepaschi ha guidato la classifica dall’inizio alla fine, dimostrandosi la più forte. Certo non è stato facile perché sia Roma in semifinale, che Bologna si sono rivelate degne avversarie. Ma la squadra di Pianigiani ha messo in evidenza una grande organizzazione di gioco, con una grande superiorità sia dal punto di vista fisico che tecnico”.
Quest’anno hai coronato il sogno di una vita. Quali sono state le tue emozioni?
“Penso che raggiungere la serie A sia per tutti un traguardo fantastico, unico per tutti, figurati per me che ci sono arrivato all’età di 44 anni. È stato davvero il massimo. Ho calcato i parquet più prestigiosi d’Italia, ancora oggi non ci credo”.
Nel corso della stagione ti sei allenato tutti i giorni come un ragazzino, ma con grandissima professionalità. Ma ciò che ha impressionato di più è la stima che ti hanno mostrato tutti, in particolare gli americani, spesso diffidenti. Come sei riuscito a guadagnarti il loro rispetto?
“L’importante è essere persone serie, impegnandosi in palestra durante gli allenamenti. Io ho semplicemente fatto quello che ripeto da una vita, sono stato me stesso. Ho cercato di essere un uomo squadra, di fare spogliatoio, di fare da chioccia per i più giovani. Mi sono allenato un intero anno per due volte al giorno. Credo che tutto questo sia stato notato da coloro che hanno apprezzato le mie doti umane”.
La Scandone il prossimo anno disputerà un’altra stagione di serie A, ma per il momento ci sono tante ombre attorno al sodalizio di via Serafino Soldi. Tu cosa consigli all’entourage biancoverdi?
“Innanzitutto spero che da adesso in poi ci sia la possibilità di fare una programmazione, con un progetto a lungo termine magari di 2-3 anni. So che è difficile, ma bisogna provarci. Non si può andare avanti con la solita litania. Sponsor che c’è, non c’è, Air non Air, appelli, riunione pubbliche. La serie A è importantissima, da grande immagine alla nostra città, però dobbiamo meritarcela. Ci dovrebbe essere anche maggiore interesse da parte dei media. Inoltre ritengo che se nell’ultima stagione non fossimo stati così sfortunati, ci saremmo tolti qualche soddisfazione”.
Per te tanta esperienza in piazze minori. Ma cosa manca ad Avellino per imporsi definitivamente nel panorama cestistico italiano?
“Manca una società. Bisogna creare delle basi forti per sostenere determinate spese. Anzi colgo l’occasione per fare un appello agli imprenditori locali, affinché decidano di aiutare la nostra società. Uno solo non può farcela, serve una vera e propria cooperazione.
Nel roster della Scandone il cognome Frascolla era presente due volte. Insieme a te c’era anche tuo figlio Flavio. In molti vi hanno paragonato ai Meneghin. Cosa deve fare Flavio per migliorare?
“Al di là del fatto che sia o meno mio figlio, è importante che cresca soprattutto mentalmente. Capire che in quelle due ore giornaliere che si trascorrono in palestra bisogna essere concentrati su un unico obiettivo: la pallacanestro. Concentrazione sempre alta, rispetto per i compagni e per l’allenatore”.
Da un paio di anni stai portando avanti un progetto di Scuola Basket a Roccarainola. Come mai è nata questa idea?
“A propormi l’iniziativa è stato il professore Domenico Cerullo. Mi ha parlato di una palestra chiusa e che c’era la possibilità di utilizzarla se ci fosse stato un progetto. Così, anche per togliere i ragazzi dalla strada, abbiamo deciso di portare avanti questa iniziativa, che si è rilevata davvero gratificante. Dal 25 al 30 giugno faremo anche un campo a Candida, che speriamo di poter ripetere anche il prossimo anno”.
Quando Pippo appenderà le scarpette al chiodo?
“Francamente non lo so. Ho ancora tanta voglia di giocare, non so se lo farò con la Scandone oppure in serie C1 dove ho offerte quotidianamente da tante squadre. C’è ancora tempo, e nelle prossime settimane vedremo”.(di Giovanni La Rosa)