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Avellino – Piano Strategico tra pro e contro

Avellino – Un parterre d’eccezione per la discussione sul Piano Strategico in cui non è passata inosservata la presenza dell’on. Ciriaco De Mita. Al tavolo il sindaco Pino Galasso insieme agli assessori Perrotta, Petracca, Giova, Genovese, Spina, Pericolo, Micera, Capone e Pennetta ha dato avvio ad un nuovo percorso. “Una fase di sintesi delle idee contro chi ci accusa di non averne. Oggi partiamo dalla valutazione di certezze. Il Piano Strategico ha una valenza politica e come tale va vagliato sotto questo punto di vista e non solo sotto l’aspetto amministrativo”. In platea tra gli altri, Tirri, Cucciniello,Adiglietti, Trofa, Laurenzano, Ambrosone, Vassalli, De Iesu, Mirante, Romano, Carullo, Verrengia, Gengaro, Giordano, Enzo De Luca, Vetrano, Di Iorio, Di Nardo. Un excursus, quello della fascia tricolore, partito dal sisma dell’80 quando la metamorfosi ha trasformato il cittadino anche grazie alla modernità dei tempi e alle nuove leggi dello Stato, in utente in grado di partecipare alle scelte amministrative. “In quegli anni – è la sintesi di Galasso – si necessitava del ripristino strutturale scompaginato dal terremoto. La rassegnazione imprigionava gli avellinesi nelle piaghe della tragedia. Allora si è lavorato per creare una struttura della città”. Oggi, invece, si lavora alla fase della riorganizzazione. “Abbiamo ripreso procedure sospese e dato avvio a quelle nuove. La provincia ha vissuto in questa fase storica un vero distacco rispetto al capoluogo: Avellino non rispondeva alle esigenze del resto del territorio”. Uno scollamento che ha fatto perdere alla città le qualità che la rendevano città principale. “Non basta chiamarsi Avellino per essere capoluogo, occorre offrire qualcosa in più”. Ma l’impresa non è delle più semplici: “Questa città non può avere target particolari dal punto di vista turistico o industriale. Allora bisogna investire su un aspetto nuovo: l’intelligenza. Qualità intellettuali che sfocino in servizi diversi rispetto a quelli offerti nel resto della regione”. Dai poli culturali come il Teatro Gesualdo, all’area industriale di Pianodardine, alla nascita della Città Ospedaliera per giungere ad una idea tangibile: ad Avellino, l’Università degli stranieri. “Una peculiarità che potrebbe spingerci all’avanguardia”. Un accenno anche alle strutture che “non vanno limitate al centro cittadino ma vanno estese altrove per non essere mortificate nella loro realizzazione”. In sintesi: Avellino può riacquistare il suo ruolo se si pone come centro di servizi di qualità, non solo a livello locale ma soprattutto esterno. “E che non si dica – è la conclusione di Galasso – che il sindaco non ha una idea della città”. Eppure c’è chi lo ha sostenuto. Tra i “contro”, Giancarlo Giordano che pur sottolineando l’evidente valenza democratica dell’assemblea non ha disdegnato di analizzarne “la meno evidente utilità democratica in termini di partecipazione”. L’ex assessore ammonisce un sistema che non ha sortito l’effetto sperato e che soprattutto non mostra i segnali di una proposta pratica: “Chi governa ha l’obbligo di una proposta. Non si è maggioranza a caso”. E partendo dai tempi in cui sedeva tra gli scranni della giunta Galasso mostra chiaramente che “da allora nessun passo in avanti è stato compiuto. Regna, oggi come allora, una confusione che non ci aiuta. L’oggetto della discussione è ben più ambizioso del semplice elenco di ciò che c’è nel presente. Qui c’è in gioco il destino di Avellino ma, nonostante le tante belle parole, stento ad individuare l’idea cardine intorno a cui gira il futuro della città”. Insomma, pensieri, parole e recuperi del passato non consentono almeno per ora quei passi in avanti di cui Avellino ha bisogno.

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