Avellino – Letta: “Parto dalla tana del leone… anzi dei leoni”

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Avellino – Una candidatura che rompe gli equilibri: “Non è ancora il tuo turno, sei troppo giovane”. Ma prima ancora che un politico, Enrico Letta è un uomo libero: “Decido io quando è il mio turno. E’ questo”. Un’espressione di libertà, una ferrea volontà di rompere gli schemi, Letta senza preamboli e con poche premesse ha catturato l’attenzione del pubblico in sala, impegnato in un dibattito aperto che ha visto la partecipazione di Raffaele De Stefano, Gianni Pittella, Franco Cioffi, Francesco Todisco, Rosanna Rebulla, Rita Maio, Fabio Minichiello, Antonio Gengaro, Fiore Paolo Nittolo, Antonio Izzo, Vanda Grassi, alcuni dei quali ferventi sostenitori, altri scettici o semplicemente curiosi ma tutti invogliati da una assoluta determinazione al cambiamento. Una venatura di humor (“Mi hanno distrutto un ginocchio a calcetto, chissà chi è il mandante del mio Materazzi!”) prima di rispondere al perché: perché Avellino? “Semplice! Perché siamo quelli delle missioni impossibili”. Una sonora risata che ha fatto ugualmente rimbombare la stoccata: “Siamo nella tana del leone, anzi dei leoni. Ma anche in una provincia ricca di intelligenze e produttività, in un territorio in cui esiste la voglia di costruire bene il Pd”. Un partito, elemento inconfutabile, che parte dall’assoluta verità della politica: “Sudditi no. Cittadini sì”. “Il Sud ci obbliga a pronunciare questa frase per spingerci a far maturare una controtendenza. Perché qui si può votare ma non si può scegliere”. Immancabile il riferimento anche, ma non solo, alla legge elettorale da abbattere perché chiaramente antidemocratica: “Se continuasse nel tempo prosciugherebbe la democrazia dell’intero Paese”. Ed è anche responsabilità dell’attuale legge se in Italia si è diffusa una rara epidemia: “Negli anno ’90 – è la reminiscenza di Letta – nacque Forza Italia, un partito definito dai più ‘di plastica’. Perché Forza Italia non sopravvivrà al suo leader fondatore”. Ma quella che viene definita una vera anomalia della politica non ha tardato a diffondersi: “Oggi Forza Italia esiste ancora ma quel che è peggio è che tutte le forze politiche l’hanno imitata. Perché il virus si è diffuso rapidamente in tutti i partiti, da destra a sinistra. Ciascuna forza viene identificata esclusivamente con il suo leader ed è questo che ci sta allontanando dall’Europa”. In questo contesto il Pd riveste il ruolo della ‘zeppa’ che può cambiare il sistema. “Non un partito personale, non un partito in cui il leader diventa padrone e chi perde se ne và e fonda un altro partito personale. Questo cambia la democrazia e la legge elettorale rinforza l’anomalia”. La regola vincente è dunque la cooptazione, “una rivoluzione da immettere in politica per rompere gli schemi attuali e ritrovare l’equlibrio”. Ma per rimettere in sesto un circuito ormai saltato occorre un ulteriore fattore: la responsabilità: “Oggi viene premiato chi le scansa. Se ci sono problemi, vedi i rifiuti, la regola è starci lontani. Ma non và proprio così. Quando la faccia di un politico sta vicino ad un problema vuol dire che se ne sta occupando”. Dunque è giunto il tempo di sospendere “commemorazioni e commiserazioni” e guardare in faccia il futuro. “Guai – è l’esordio di Pittella – se dovessimo entrare nel Pd nascondendo sotto la giacca la maglia dei nostri partiti di appartenenza”. In assoluta simbiosi con Letta per idee e contenuti, l’europarlamentare sostiene a gran voce “l’alfiere di una grande battaglia per il Mezzogiorno” che intavolerà “a dispetto di quanto tuttora accade, una gara serena, una competizione di idee senza minacce e ricatti”. Un sistema rispetto a cui è necessario distaccarsi anche se, conclude, “io li perdono perché vivono nella rendita della posizione”. Dunque, una candidatura “per” ma “contro” nessuno, una candidatura nata per evitare i “soliti scenari di cartapesta” in risposta a “chi fa manifesti per dire di essere coraggioso ma poi non scende in campo”. La battaglia nasce dura ma l’intenzione è ferma: “Non ci candidiamo ad essere gli eterni numero due”. (di Manuela Di Pietro)

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