Avellino – La lettera di Caputo all’assessore Iermano

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Avellino – “Una via o una piazza o una scuola, ai martiri delle foibe e agli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia”: questa l’istanza avanzata dal gruppo comunale di An e poco condivisa da Luigi Caputo. Un ‘dissenso’ esposto nella lettera inviata all’assessore alla Cultura del Comune di Avellino, Toni Iermano. “Mi rivolgo a lei in quanto intellettuale, prima ancora che amministratore, per proporle qualche considerazione “a freddo”, ora che è trascorso qualche giorno dai fatti in questione, in merito alla recente approvazione, da parte del Consiglio Comunale di Avellino, di una mozione del gruppo di AN per l’intitolazione – cito testualmente – di “una via o una piazza o una scuola, ai martiri delle foibe e agli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia”. Non che l’argomento abbia suscitato discussioni particolarmente intense e partecipate: fatta eccezione per uno scambio di opinioni antitetiche intercorso, attraverso la stampa, tra il sottoscritto e il capogruppo di AN, G. D’Ercole, su di esso non si è registrato nessun intervento pubblico. E’ un fatto negativo, perché il tema avrebbe invece meritato altra attenzione. In precedenza lei, a nome dell’A.C. di Avellino, aveva fatto pubblicare un manifesto in cui il tema del giorno del ricordo (10 febbraio) veniva affrontato in modo misurato e civile: “I morti – lei scriveva – non appartengono a nessuno (…) dunque, bisognerebbe riuscire ad uscire dalla logica di una giornata, quella del ricordo, che diventa il contraltare di quella della MEMORIA, nata per celebrare le vittime della SHOAH (…) L’oggetto della memoria è il ricordo. Contrapporre l’uno all’altra significherebbe negare l’uno e l’altra”. Alla luce di queste affermazioni mi ha colpito la sua adesione alla proposta del gruppo di AN. Essa, come si sa, riproduce quasi testualmente l’art.1 della legge istitutiva del giorno del Ricordo (che io e la mia parte politica non abbiamo condiviso, per ragioni che emergeranno da quanto mi accingo ad argomentare), con una differenza lessicale importante: mentre la legge parla, in relazione agli scomparsi nelle foibe, di “vittime”, il documento di AN parla di “martiri”. A chi, come lei, è avvezzo allo studio dei testi, non sfuggirà di certo che si tratta di una differenza non meramente terminologica, ma semanticamente rilevante: l’espressione “vittima” designa il destinatario, generico, indistinto, o anche casuale, di un comportamento violento; il martire è invece, come indica l’etimologia, il “testimone”, colui cioè che, in nome di un ideale politico, una fede religiosa, un’identità sociale o culturale, pone in essere un certo comportamento consapevole che esso contempla tra le sue conseguenze anche la possibilità estrema della morte. Ebbene, io mi chiedo, e le chiedo, quali valori abbiano testimoniato, per quali ideali si siano sacrificati, i numerosi militi fascisti che terminarono la propria esistenza nelle foibe, dopo aver partecipato a “imprese” (da soli, o insieme ai loro alleati nazisti) quali la fucilazione di partigiani, i massacri di civili, la devastazione e la messa a fuoco di interi villaggi. Ricordo che la presenza degli autori di questi crimini fra gli scomparsi nelle foibe, oltre a non essere un dato controverso in ambito storiografico, è stata accertata in sede giudiziaria in occasione del processo per la risiera di San Sabba (unico campo di sterminio nazista in Italia), nel 1976. Ciò per il periodo bellico. Per la fase antecedente all’aggressione alla Jugoslavia del 1941, che può essere considerata, a causa della politica di oppressione e violenta discriminazione che la caratterizzò, una sorta di lunga preparazione dell’attacco militare, mi limito a ripetere un passo delle conclusioni della commissione ufficiale di storici italo-sloveni, del 1993: “Il fascismo cercò di realizzare nella Venezia -Giulia un vero e proprio programma di distruzione integrale dell’identità nazionale slovena e croata”. Deportazioni di massa, denunce al Tribunale speciale e condanne a morte di irredentisti slavi rappresentano la traccia indelebile di questa dominazione. Richiamare questi fatti significa forse “giustificare l’eccidio di migliaia d’italiani” (tralascio qui deliberatamente ogni discussione sulle cifre) come qualcuno ha incautamente affermato? No, significa soltanto cercare di stabilire il giusto e invalicabile limite che deve separare il rispetto per i morti dall’apologia, oggettivamente insita nell’endiadi foibe/esuli, di figure e gesta che non presentano alcun motivo per essere celebrate. Lei, assessore Iermano, ha improntato il suo mandato di amministratore al recupero e alla valorizzazione della memoria storica del capoluogo irpino, attraverso la riscoperta di siti che in alcuni casi erano stati consegnati all’oblio o comunque negletti. Mi sembra che tale attività si sia ispirata tra l’altro alla ricerca di una coerenza culturale di fondo. Non riesco a rinvenire, in verità, alcuna coerenza nella contestuale presenza, ad Avellino, di una strada dedicata a Giovanni Palatucci, che sacrificò la propria esistenza per sottrarre molti ebrei alla macchina dello sterminio, e una che includa nel ricordo quanti, operando a pochi chilometri da lui, si adoperarono per mandare a morte gli ebrei stessi e tutti coloro che ebbero la sventura di trovarsi lungo il criminale percorso del nazifascismo”.

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