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L’inversione di rotta – dal Pd all’Unione di Centro – è stata dunque una scelta ‘pensata’ ma non da tutti ‘condivisa’. Qualcuno, infatti, ha seguito l’iter di Veltroni: “Hanno scelto di non rispettare l’Irpinia – è stato l’affondo di Nicola Di Iorio -. Ci siamo liberati dalla zavorra”.
Contro il genericismo programmatico “sconcertante”, contro l’assenza di strategie di coalizione e contro un bipolarismo coatto divenuto bipartitismo coatto, l’idea di Giuseppe De Mita di una coalizione che “non ha bisogno di slogan ma di verità. Il Pd e il Pdl competono per rappresentare il tutto e distruggono l’idea di un governo di gruppo. Oggi invece l’Italia ha bisogno di una coalizione che colga il disagio del Paese”. Un Paese definito sgretolato e diviso ma che agli occhi di Giuseppe si presenta “unito nell’incertezza”. Perché un grave errore è stato commesso: “Sono state drogate le aspettative dei cittadini e il popolo è diventato disilluso. Altro che slogan!”. Conclusione ad effetto: “Le scelte liberanti sono quelle libere e la ricerca del consenso è la sollecitazione all’intelligenza dei cittadini”.
E l’intelligenza del popolo “è stata offesa da un gioco indignitoso”. Erminia Mazzoni non ci sta. E attacca: “Meno ne sai di politica, più sali di posizione. Meno vali, più vuoi occupare la migliore poltrona del Parlamento italiano”. E se l’attacco non sempre è l’arma migliore, sembra che gli avversari non dispongano di “una idea su cui ragionare. Noi ci confrontiamo, non attacchiamo. Resta il fatto che di idee, dall’altra parte, non ne ho sentite”.
L’epilogo della serata non ha deluso l’attesa.
Francesco Pionati ha sfatato ogni tabù: “Sono soddisfatto di essere qui, in questa riunione di democristiani che si ritrovano. E sono lieto di essere al fianco di Ciriaco De Mita. Oggi tra noi nasce un legame: lui andrà in Senato con i voti dell’Udc, io alla Camera con i suoi”.
Eliminato ogni sospetto su una possibile ‘frizione’ si lavora “insieme” per dare una certezza al Paese e per denunciare l’arretramento della politica italiana “che ha ingannato l’elettorato” in due modi: in primis con il mito della semplificazione (“Ma quando mai la democrazia è stata semplice e quando mai la semplificazione è una garanzia”); in secondo luogo con la messa in crisi della rappresentanza.
Poi l’attacco alle due coalizioni maggiori: “Pd e Pdl non cercano di rappresentare la realtà ma di costruirne una virtuale fatta di belli, belle e giovani. Su questo sono sempre stato d’accordo con il presidente De Mita: non è scritto da nessuna parte che un giovane sia più intelligente di un meno giovane”. Disappunto anche con alcuni pensieri: “L’idea di Follini della Campania è molto approssimativa. Due anni fa è arrivato con il navigatore satellitare”.
Stoccate a parte, “i partiti devono proporsi con una identità chiara. Noi siamo fautori di un progetto di profondo rinnovamento politico. Dobbiamo guidarlo e non perdere l’occasione”. Alla fine Ciriaco De Mita con un ragionamento pacato senza toni forti nei confronti degli avversari e con il proposito di progettualizzare il disegno della cultura democristiana capace di essere apripista tra i due poli di un progetto inteso a nuovi comportamenti politici. L’analisi di De Mita è stata incentrata sul ruolo della rappresentanza politica come motivazione per la difesa dell’identità e sull’agibilità del pensiero. Il leader di Nusco ha cesellato, ad onor del vero, con grande perizia e facendo leva sull’appartenenza del “suo” popolo, ai temi centrali della laicità, dell’organizzazione del potere e al rilancio dei diritti. Un De Mita apparso motivato, poco propenso allo scontro, determinato e pronto alla sfida. La sua sfida, “contro la politica che annaspa” e rilanciando l’orgoglio della storia di un cammino che può ancora dare sorprese e motivazioni al progetto per il diritto di essere e di esistere. (a cura della redazione politica – Manuela Di Pietro)