Avellino – “Il paradigma del Mezzogiorno”: un libro che apre alla riflessione.
Nella sala del Samantha della Porta di Avellino a confronto Ciriaco De Mita, Roberto Barbieri, Michele Gravano, Ruggiero Cutillo, Gianfranco Nappi. In sala: Rosetta D’Amelio, Enzo De Luca, Mario Sena, Pino Galasso, Pietro Foglia, Angelo Romano, Giovanni Romano, Vincenzo Sirignano, Rosanna Repole, Giuseppe De Mita, Rosanna Rebulla, Peppino Di Iorio, Gaetano Sicuranza, Giuseppe Solimine, Domenico Covotta, Giuseppe Di Milia, Ruggiero Cutillo, Tonino Festa, Gerardo Adiglietti, etc. etc. Nessun presente per la componente di sinistra della Quercia. Un question time, quello di ieri sera, moderato dal direttore del Corriere dell’Irpinia Gianni Festa. Un convegno di sottolineature, riflessioni e spunti sull’attualità della politica, sia meridionale che nazionale. I passaggi più importanti:
Barbieri: “Quello che è mancato è la messa in rete di strumenti del Welfare. Oggi bisogna occuparsi del Sud, non come un atto di generosità. Abbiamo le aree del Mezzogiorno, abbiamo le risorse. Si tratta di mettere in campo la buona politica”. Un manuale per il centrosinistra? “Le risorse non possono essere erogate in base ai rapporti ma date a chi ha alcune caratteristiche. A chi ha comportamenti virtuosi”.
De Mita: “E’ il partito che organizza la mediazione. Ho paura che siamo in presenza di uno spartiacque, tra la democrazia e forme autoritarie, non molto ampio. Non è possibile che il presidente del Consiglio contesti tutto. E’ un modo dove la mediazione non c’è… Chi si candida deve costruire la rappresentanza sui bisogni e non sull’emotività. Non conta solo la legittimazione del dominio. Le classi dirigenti si costruiscono nelle esperienze di partito. Cosa che è sparita. Le classi dirigenti nascono per la capacità di interpretazione e di risposta ai problemi. O troviamo la forma per organizzare forme di rappresentanze oppure avremo il popolo senza rappresentanza. L’errore è misurarsi rispetto al passato demonizzandolo. La politica non è solo elaborazione culturale così come non è fare ‘ammuina’ senza avere in testa la spiegazione. L’agire politico esprime riflessione. La politica senza cultura non c’è. La conoscenza è indispensabile per uno scenario possibile. Sulla realtà provinciale occorre discutere della prospettiva del riformismo: questo aspetto mi solletica. Nella realtà nostra vi è il residuo come scontro tra depositari di virtù e portatori del vizio (l’attacco è rivolto rivolto tutto a D’Ambrosio, ndr). Mi capitò di leggere un’intervista di uno dei tupamaros che aumentavano la violenza quando si erano resi conto che non avevano un progetto politico. Odio e rancore con la politica non hanno nulla a che fare”. Come a dire: “la realtà può essere modificata se le intelligenze si misurano e hanno la capacità di confrontarsi”.
Nappi: “Noi viviamo una dimensione troppo schiacciata sul quotidiano. O ci risolleviamo per recuperare uno sguardo più ampio oppure non riusciremmo a governare nemmeno giorno dopo giorno. Recuperare lo sguardo lungo, è fondamentale per recuperare la dinamica delle decisioni. Tutta la riflessione muove intorno a due elementi di critica: politica nazionale per la quale sono convinto che non ce la caveremo se torniamo dove eravamo prima. Il secondo punto è la critica a noi che siamo qui. Avverto l’esigenza di una ripartenza. Guai se siamo percepiti come coloro per i quali il governo vive una caduta del progetto. Mi chiedo: ce la faranno i partiti – così come sono strutturati – a rispondere all’esigenza progettuale? Riusciamo a farlo, stando ciascuno rinserrato nella propria casa? Il dubbio è ricco di interrogativi e poche risposte: occorre sinergia, volontà di vincere e grande amore per la collettività. Il paradigma del Mezzogiorno, alla fine diventa l’itinerario per una nuova coscienza politica. Nappi, il segretario regionale della Quercia, quando ha iniziato a scriverlo, probabilmente aveva già in mente il modello da esportare. Quello della riorganizzazione delle Istituzioni e del Potere”. (red.pol.)
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