Avellino – Consiglio comunale: sul Puc la relazione di Cagnardi

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Avellino – Un Consiglio comunale quanto mai ‘partecipato’. Cagnardi, da tempo atteso, fa da ‘mattatore’ ad una arena attenta e pronta. Il Puc acquista un volto più concreto grazie alla relazione maturata dall’esperienza di un progettista che ha seguito l’iter del Piano avellinese. Un iter adattato alla Legge nazionale, quando ancora si parlava di Prg, ed alla Legge regionale n. 16, ora che al centro dell’attenzione è assurto il nuovo Puc. Questa, in linea di massima, anche la presentazione dell’assessore Antonello Rotondi che, senza dilungarsi, lascia la parola a Cagnardi. “Non sarei mai venuto se non si fosse trattato di un’occasione tanto importante. Importante perché l’approvazione del Puc lo è sempre. E’ la decisione più delicata che un’amministrazione debba prendere. Un po’ come decidere sul futuro dei propri figli. La cosa meno normale è redigere un Piano e doverci tornare sopra, ancora una volta, in seguito al cambiamento dell’amministrazione ed ai conseguenti correttivi sul Piano stesso. Abbiamo svolto un lavoro di verifica e di approfondimento. Un lavoro garantito due volte: una con il Prg, l’altra con questo Puc, qualora venisse approvato. Ad Avellino, a differenza di altre città, sono sorte obiezioni di illegittimità in merito alla Perequazione. Poi la Legge regionale n. 16, guarda caso, ha previsto tutto ciò che noi avevamo già contemplato. Ragion per cui sono cadute in automatico tutte le obiezioni. Questa amministrazione, per il Puc, ha voluto puntare su principi cardine: a cominciare dalla normativa relativa alla salvaguardia ambientale. Un atto che noi abbiamo ampiamente accolto. Il secondo punto sul quale abbiamo dibattuto è stato quello della variante su Collina Liguorini, molto disegnata sulla pianta ma assai meno sul terreno. Avevamo occasione di sperimentare il nuovo meccanismo che avevamo in mente ma, anche in questo caso, non mancarono obiezioni, si riscontrarono svariate difformità e si procedette all’annullamento. Strano a dirsi ma circostanze del genere si sono verificate soltanto ad Avellino. E anche questa volta è intervenuta la Legge 16 a rimarcare l’inutilità dell’annullamento”. Dopo l’illustrazione delle dissonanze, per mostrare quanto il Piano fosse all’avanguardia rispetto alle comuni concezioni e quanto, allo stesso tempo, rispondesse alla nuova normativa, benché non ancora in vigore, Cagnardi avanza le sue riflessioni sull’evento che maggiormente ha giocato un ruolo di spicco, in positivo e in negativo, sulla cultura e sulla struttura urbanistica cittadina: il terremoto. “La ricostruzione post terremoto ha fatto case e palazzi ma non ha costruito la città. Nell’elaborazione del Piano abbiamo rilevato tutto ciò che esiste ad Avellino, compresa la sua storia. La storia di una città non è il suo passato ma la sua vita, un grande patrimonio da cui apprendere per andare avanti. Sotto questo punto di vista Avellino ha perso molto, distruggendo ciò che è rimasto ci sarebbe poco da ricordare. La cultura di questa città è molto più bella del suo aspetto urbanistico. E ciò che esiste non va lasciato in balia della diatriba tra chi vuole conservare e chi vuole distruggere. Per redigere il Piano abbiamo voluto ‘entrare’ in città ed abbiamo dato inizio al nostro lavoro partendo dalla rivalutazione della porta di accesso ad Avellino. Abbiamo percorso tutta la parte vecchia, la cosiddetta città storica, e qui hanno avuto inizio i ‘guai seri’. Esistono quartieri in cui è dato vedere case su case, agglomerati sorti con leggi dettate dal caso. Altre aree, invece, sono totalmente vuote. Criteri inconcepibili di costruzione e non costruzione sorti nell’era post sisma, quando tutto traeva la sua logica dall’urgenza, dalla provvisorietà e dalla necessità. Ma il terremoto è finito e non va più invocato né in positivo né in negativo. Il post sisma non è l’attesa di una nuova palazzina ma la riorganizzazione della città costruita con criteri poco idonei. L’abitazione di emergenza non è, e non deve essere, la condanna di una vita. Partendo da questi presupposti abbiamo deciso di attribuire la stessa valenza a tutte le aree. Abbiamo inventato nuovi modi di attrezzare Avellino attraverso spazi e strade parco. Questa invenzione vuol significare che chi giunge ad Avellino, per guardarla realmente, non deve arrivare in centro ma osservarla dalla collina. Per questo la collina stessa va attrezzata. Questa proposta è stata abbattuta, lo ammetto, ma non l’ho eliminata. Ho voluto cocciutamente un percorso in collina. E se solo un tassello di questa idea è funzionante, questo è già un bel traguardo per proiettarsi verso il futuro”. Poi i punti maggiormente critici: “Le torri lungo l’autostrada: avrei voluto un insediamento di sei edifici che segnalassero la presenza della città e ne dessero all’esterno una immagine. Sono stato io a coniare, per questa circostanza, il termine ‘torri’. Ma ad Avellino parlare di ‘torri’ fa scandalo. Ne è scaturito un contrasto perché le stesse travalicano il senso delle cose. Non meno complicata la situazione del Parco Fenestrelle: si voleva un grande viadotto, di quelli poco concepibili anche su una grande arteria. Un progetto esagerato per una strada urbana, sia a livello di dimensione che di costi. Ho così proposto una strada alternativa che consentisse anche una pedonalizzazione. Ma la questione ponte è sempre stata una spina nel fianco di questa amministrazione”. (di Manuela Di Pietro)

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