
Atripalda – Il problema dei rifiuti, in tutti i suoi risvolti, tiene banco quotidianamente nelle cronache della nostra provincia. Oltre alla quasi perenne emergenza, vi sono anche alcune questioni strutturali che ad essa si accompagnano e ne dipendono in maniera diretta o indiretta: “in esse – spiega Luigi Caputo, Prc Campania – rientra sicuramente la TARSU, riscossa attualmente dalla quasi totalità dei Comuni ancora come di tassa e non, come prevedrebbe il decreto Ronchi, come tariffa (la T.I.A.) il che consentirebbe di applicare il principio ‘Chi più produce rifiuti, più paga’, con le sue ovvie implicazioni sotto il profilo dell’equità fiscale e dell’incentivazione alla riduzione della quantità complessiva di immondizia. E’ così anche ad Atripalda, che pure, secondo i pronostici dei suoi amministratori (dichiarazione dell’assessore Landi dell’aprile 2004), avrebbero dovuto candidarsi a divenire punto di riferimento per l’intera Irpinia nel settore della raccolta differenziata. Oggi, svaniti i sogni di gloria, resta una realtà grama dovuta non solo all’intermittente funzionamento del CdR, ma anche a responsabilità squisitamente locali. Come quelle che sono all’origine della chiusura dell’impianto di stoccaggio di via Tufarole, e quindi della perdita di una preziosa alternativa nelle situazioni di emergenza. Intanto i costi per la cittadinanza, nonostante la discontinuità e la precarietà del servizio (ma si sa ormai che i due aspetti procedono parallelamente), continuano a lievitare, toccando livelli sempre più onerosi. Il 2008 ha visto, come gli atripaldesi sanno, un aumento del 20 per cento della TARSU; un aumento applicato in forma indiscriminata, senza tener conto né della differente tipologia degli alloggi, né della destinazione degli immobili. E trattare in modo uguale condizioni disuguali significa, com’è noto e come ha stabilito a più riprese la stessa Corte costituzionale, disattendere proprio il principio di eguaglianza. Nella fattispecie qual è l’effetto che viene a determinarsi? L’accentuazione delle contraddizioni insite nella stessa normativa vigente, che vincola l’entità dell’imposta alla superficie occupata, laddove la quantità di spazzatura prescinde da tale parametro e la “densità” dei rifiuti è molto più elevata, mediamente, negli esercizi commerciali. Ma le incongruenze non finiscono qui. Anche all’interno del settore delle attività commerciali, infatti, si registrano sperequazioni in tali casi paradossali. Qualche esempio: ai supermercati, che contribuiscono in misura ingentissima all’incremento della quantità di rifiuti, soprattutto attraverso la produzione di imballaggi, si applica un’aliquota del 5,26 per cento; un autentico trattamento di favore viene poi riservato agli alberghi, considerati quasi alla stregua di abitazioni private: 2, 52 per cento agli alberghi con ristorante e addirittura 2,09 per cento a quelli privi di ristorante, mentre l’aliquota standard per le abitazioni è di 1,61 per cento. Alle pizzerie e alle rosticcerie si applica un’aliquota del 20,48 per cento circa dieci volte superiore a quella degli alberghi. Qualcuno è in grado il perché di tutto questo?”.