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Ma il secondo appuntamento avellinese nel giro di pochi giorni con i funzionari della Dda di Napoli ha messo in luce alcuni aspetti assai preoccupanti che ruotano intorno alla vicenda.
“Le seconde e terze generazioni dei clan Cava e Genovese – ha spiegato Cantelmo – continuano a delinquere, cercando di far rivivere i fasti criminosi di un tempo poi non tanto lontano. Bisognerà capire se si è trattato di un caso isolato o se ci troviamo di fronte ad un fenomeno più grande”.
Così come già sottolineato per l’arresto della giovane primula rossa Salvatore Cava, Cantelmo ha puntato il dito contro l’indifferenza della popolazione locale, definendo questo atteggiamento, soprattutto quello della gente comune, ‘insopportabile’. “E’ intollerabile l’indifferenza dei più – ha detto – la gente deve capire che può fidarsi delle forze dell’ordine”.
INTERCETTAZIONI – La pericolosità del gruppo dei 5 affiliati ai due clan è stata certificata anche dal fatto che gli esponenti malavitosi arrestati avevano a disposizione armi e munizioni. Dalle intercettazioni è emerso anche che il gruppo avrebbe in suo possesso ordigni esplosivi da utilizzare o rivendere nelle aree del Partenio.
E proprio sulle intercettazioni, tema di forte attualità nei dibattiti politici di questi giorni, si è soffermato Cantelmo. “Questo processo è stato reso possibile solo grazie alle intercettazioni telefoniche – ha commentato – strumento di partenza fondamentale per la conduzione delle indagini. Quando in Italia si parla dei costi esorbitanti legati all’utilizzo di questo strumento investigativo, non si tiene conto che proprio nel nostro Paese esiste un tasso di criminalità che non è secondo a nessun altro Stato europeo. I malavitosi utilizzano più numeri e più cellulari alla volta, spesso solo per pochi giorni per poi disfarsene velocemente: le intercettazioni non vanno valutate rispetto al numero assoluto perché spesso molte delle segnalazioni fanno riferimento ad un solo indagato”.