
“Quando giocavamo in Serie A” è il libro di Andrea Covotta che verrà presentato ad Avellino al Circolo della Stampa venerdì 21 settembre alle ore 17.30. Il giornalista della Rai ripercorre quelle stagioni irripetibili quando la “Legge del Partenio” atterriva gli squadroni della massima serie ed i colori biancoverdi erano stimati e rispettati in tutte le piazze d’Italia, ma perché la narrazione dell’autore, caratterizzata da una scrittura chiara e di apprezzabile levità, riesce a toccare le corde dell’animo palpitante del tifoso biancoverde. Quello vero. Senza escludere neanche coloro i quali hanno seguito con meno trasporto quella straordinaria epopea, finendo comunque per sostenere il sodalizio sportivo con cui s’identificava l’Irpinia intera: da queste parti si viveva di pane, pallone e politica. Covotta nelle prime pagine della sua narrazione scrive “L’Avellino in serie A – scrive – dal 1978 al 1988 non ha rappresentato solo una delle tante storie del nostro calcio. A giocare ai massimi livelli è stata un’intera provincia, la sua politica, la sua economia, la sua società. Adesso non succede più. Nell’anno in cui l’Avellino compie un secolo, quel periodo resta indimenticabile e impresso nella memoria di chi lo ha vissuto”. E di qui si dipana il racconto appassionato e sorprendentemente attento a riportare fatti e aneddoti del passato che l’oblio non ha cancellato. Una storia di personaggi che per un periodo hanno simboleggiato la voglia di riscatto di una comunità, quella irpina, che “attraverso il calcio – come dice l’autore – si è seduta al tavolo dei grandi”. Mario Piga, Adriano Lombardi, Arcangelo Iapicca, Antonio Sibilia, Jorge Juary, Maurizio Montesi, Nando De Napoli, Salvatore Di Somma, Gil De Ponti, Ottorino Piotti, Beniamino Vignola, Stefano Tacconi, Cesare Cattaneo, Rino Marchesi, Luis Vinicio sono solo alcuni dei protagonisti di un sogno che ha ammaliato la nostra terra, segnandone profondamente la storia. Qui dove il calcio è stato “il filo ideale di una comunità”, per un tempo piuttosto lungo, la dolce ossessione di cui lo scrittore inglese, Nick Horby, citato da Covotta, parla nel suo romanzo “Febbre a 90°”. Nelle pagine di Covotta c’è la gioia che si prova rivivendo le mille soddisfazioni consumate sui campi di calcio e l’invincibile tristezza nel constatare come oggi sia divenuta insopportabile la decadenza non solo sportiva di una società sparita indecorosamente dal mondo del calcio ma di un’intera provincia, che in pochi anni ha perso tutto, dopo essere stata abbandonata dalla grande industria che proprio durante l’epopea della serie A era arrivata da queste parti. “Quando giocavamo in Serie A” si chiude, infatti, con uno sguardo amaro alla realtà odierna, evidenziando come sia divenuto del tutto marginale il ruolo dell’Irpinia sul piano economico e appaia inesorabilmente condannata ad un destino di povertà e disoccupazione. Ed è la parte del libro che ci sembra più coinvolgente. Con quel “torneremo in Serie A” che sembra un fioco tentativo di riacquisire un ottimismo difficile da provare davanti alla morte sportiva dell’U. S. Avellino 2012, avvenuta il 10 luglio 2009, che fa da contraltare alla chiusura sancita da Marchionne il 31 dicembre 2011 dello stabilimento Irisbus di Flumeri. Al termine delle cento ottantotto pagine con cui Andrea Covotta ritrae la mancata emancipazione di una terra che per dieci anni grazie al calcio e alla politica, ecco ritornare il binomio su cui sono costruiti i differenti piani narrativi dell’opera, si è sentita al centro del mondo, rientrando bruscamente, poi, nell’anonimato di oggi.