A 30 anni dalla strage di Bologna

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di Salvatore Antonacci*

2 agosto 1980: un sabato, un caldo sabato di esodo. A metà mattina, un’esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza nel sangue la tranquilla routine del rito delle vacanze della città felsinea: 85 morti e 200 feriti è il bilancio finale della strage.
Alle 10:25, l’ora della tragedia rimarrà sempre impressa, come ricordo incancellabile, nelle lancette ferme del grande orologio che si affaccia sul piazzale della stazione, una terribile esplosione distrugge quasi completamente l’ala sinistra dell’edificio: la sala d’aspetto, il ristorante, gli uffici del primo piano si trasformano in un cumulo di macerie e polvere.
Pochi istanti, interminabili e fra nuvole di detriti si cominciano a intravedere immagini terribili di corpi maciullati, feriti in condizioni disperate. Ovunque disperazione e grida di dolore.
Un velo di morte come il fumo acre si espande nell’aria del capoluogo emiliano ed attanaglia la coscienza di tutti gli italiani.
Gente comune, giovani, anziani, esercito, forze dell’ordini, vigili del fuoco si muovono tra le macerie, spostando, tirando fuori, medicando feriti e coprendo corpi senza vita.
Comincia un’opera ininterrotta per i tantissimi soccorritori ed inizia così la conta della vittime: la più piccola è Angela Fresu, di soli 3 anni, il più vecchio Antonio Montanari di 86.
Le prime ipotesi investigative parlano dello scoppio di una caldaia, ma la fuga di gas viene presto scartata, per lasciare spazio alla vera causa della strage: una bomba ad alto potenziale. Era l’Italia degli anni ’80, anni in cui l’Italia viveva tragicamente un periodo di profondo sconvolgimento sociale, di rivoluzione e contro rivoluzione armata, di servizi deviati, un capitolo lungo e triste sul quale non si è fatta ancora piena luce.
Come non si è fatta mai piena luce su molte stragi, attentati e su una vera e propria strategia del terrore che ha attraversato per oltre un trentennio la vita italiana.
Nel caso specifico non possono essere messi in discussione quelli che sono le colpevolezze degli esecutori materiali, degli ex terroristi dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar) Mambro, Fioravanti e Ciavardini, nonché della matrice ‘fascista’ della strage, ma la sensazione, la certezza è che non bastano le sole sentenze in un Paese complesso come l’Italia per arrivare alla verita’, non solo sulla strage di Bologna ma su molti dei “fatti” italiani.
L’Italia è un paese dove a volte la “verità” giudiziale, politica e storica non sempre vanno di pari passo, anzi per molti versi confliggono tra di loro, stabilizzandone il risultato effettivo come se ci fosse qualcosa di irrisolto che merita di essere conosciuto, un paese dove si sono consumate alleanze di “antistato” tra mafiosi, terroristi, politici, per destabilizzare e per nascondere responsabilità e dove quei “segreti di stato” pesano come immensi macigni.
E a 30 anni dai quei tragici fatti c’è chi si permetta anche “il lusso “ di disertare.
Non ci sarà nessun rappresentante del Governo in veste ufficiale alla cerimonia di commemorazione, sarà presente solo il Prefetto. Così come da Borsellino!!!
Non vorrei che per evitare contestazioni, fischi, o semplicemente per richiedere che “verità” sia fatta, qualcuno abbia messo in campo una nuova strategia di governo e cioè quella di evitare sistematicamente i momenti delicati che per l’Italia rappresentano ancora ferite aperte e mai del tutto sanate.
L’Italia e la sua popolazione hanno bisogno di certezze, di sicurezze, dove venga affermato e difeso sempre lo stato di diritto, sempre! * Salvatore Antonacci, vice presidente Territori e Nuove Generazioni – Esecutivo provinciale Pd

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