Trattativa Stato-Mafia, indagato Mancino: “Nessun straccio di prova”

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Con l’accusa di falsa testimonianza la Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, nell’ambito della presunta trattativa tra Stato e mafia. L’ex ministro dell’Interno era stato ascoltato lo scorso febbraio come teste al processo Mori, e al termine dell’udienza il pm Nino Di Matteo aveva espresso forti perplessità riguardo quella deposizione. La decisione è stata adottata dai magistrati del pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, alla vigilia della chiusura dell’indagine sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Tutte le posizioni dei nove personaggi sotto indagine sono ancora al vaglio dei pm: da stabilire infatti, spiega la procura quale sarà, per ciascuno dei coinvolti, l’imputazione finale. Nell’indagine sono coinvolti i generali Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex tenente colonnello Giuseppe De Donno, l’ex ministro dc Calogero Mannino, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, i boss Toto’ Riina, Bernardo Provenzano e Nino Cina’. E ora anche Mancino, il cui ruolo fino a questo momento è considerato relativamente secondario. Proprio ieri, poi, è stato riascoltato come teste, dai pm del pool, un altro ex ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, a proposito di alcuni fatti da lui raccontati nel recente libro “Pax mafiosa o guerra?”. Obiettivo dell’accusa, chiarire le ragioni del siluramento del “duro” Scotti, sostituito al Viminale, nei giorni caldi del ‘92, tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, proprio da Mancino.
LA DIFESA DI MANCINO – “Non mi sorprende la notizia della mia iscrizione nel registro degli indagati. Il teorema che lo Stato, e non pezzi o uomini dello Stato, abbia trattato con la mafia è vecchio di almeno venti anni ma non c’è ancora straccio di prova che possa confortarlo di solidi argomenti”, dichiara Nicola Mancino, sottolineando che “per quanto mi riguarda, sono stato ministro dell’Interno e ho difeso lo Stato dagli attacchi della mafia, che ho combattuto con fermezza e determinazione”. “Proverò la mia lealtà nei confronti delle istituzioni e della stessa magistratura, come dimostrerò la mia estraneità a qualsiasi altra ipotesi penalmente rilevante, e smentirò la fantasiosa e burocratica ricostruzione secondo cui, al fine di evitare le stragi, sarebbe stato opportuno cambiare ministro. Dimenticando che chi aveva assunto la responsabilità di titolare dell’Interno era ed è quel parlamentare, il senatore Mancino, che da capogruppo della Dc a palazzo Madama presentò come primo firmatario un disegno di legge, poi divenuto legge, che avrebbe salvato, come salvo’, da imminente prescrizione il maxiprocesso di Palermo”.

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