L’Irpinia al tempo della crisi, tra Regione matrigna e Stato assente

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L’anno delle mille vertenze, tutte irrisolte, delle promesse sempre mancate della politica, della drastica riduzione dei servizi e della recessione dilagante. Il 2011 che volge al termine si lascia alle spalle un’Irpinia in ginocchio, consumata dalle battaglie che la sua gente ha sistematicamente dovuto combattere – e ancora combatte – contro una Regione troppo spesso “matrigna”, e uno stato centrale pressoché indifferente.

Una crisi radicale, sia economica che di rappresentanza politica, l’ha attraversata e l’attraversa: per adesso si porta con sé più 81mila disoccupati, – con un tasso che tra i giovani supera il 53 per cento – un tessuto industriale letteralmente spolpato, una sanità più lontana e meno accessibile e una drastica riduzione delle corse del trasporto pubblico. Non è andata meglio in tema di acqua e rifiuti: accanto all’infinita telenovela dell’affidamento del servizio idrico integrato, il delicatissimo nodo legato alla “monnezza” continua ad animare violente contrapposizioni, tanto nel contesto locale, con il braccio di ferro tra i sindaci e la società “IrpiniAmbiente”, quanto a livello istituzionale, con un vero e proprio muro contro muro, tutto interno al Pdl, tra il presidente della Provincia, Cosimo Sibilia, e il governatore regionale, Stefano Caldoro. Sullo sfondo, un’area metropolitana che non ha mai risolto l’emergenza e continua a guardare all’Irpinia come a una megadiscarica.

Sul versante del lavoro, il dato più eclatante è rappresentato, senza dubbio, dall’uscita di scena della Fiat, che dopo più di 33 anni ha abbandonato i “metalmezzadri” dell’Irisbus, nella Valle dell’Ufita, segnando una svolta epocale e riproponendo con forza la necessità di immaginare un modello di sviluppo alternativo alla grande industria. Una vertenza dirompente, marcata a fuoco sulla pelle delle 700 tute blu di Flumeri da 116 giorni di lotta ininterrotta, e che resta tuttora aperta. Dall’indiscrezione estiva di una possibile cessione del ramo d’azienda al gruppo molisano “Dr Motor”, guidato da Massimo di Risio, inviso a lavoratori e sindacati (Ugl esclusa), fino allo chiusura della fabbrica, tra le lacrime degli operai, lo scorso 22 dicembre. Nel mezzo un’estenuante trafila di tavoli ministeriali, con l’allora titolare del dicastero dello Sviluppo, Paolo Romani, prima, e l’attuale ministro, Corrado Passera, poi. Confronti tanto infruttuosi quanto stucchevoli, che dal naufragio dell’ipotesi “Dr”, alla firma dell’accordo che garantisce due anni di casa integrazione alle maestranze, hanno traghettato la vertenza verso la suggestione di una cordata cinese, (Amsia), pronta a rilevare lo stabilimento, salvo poi rivelarsi, con buona probabilità, un’autentica bufala. Fortemente ridimensionati, sia dal ministro Passera che dal consigliere politico dell’ambasciata cinese in Italia, Han Qiang, gli imprenditori in questione risultano attualmente latitanti.

C’è poi l’eterna incognita legata alla missione produttiva della Fma di Pratola Serra, che ha recentemente ottenuto un nuovo anno di cassa integrazione: Marchionne ne fa mistero dal 2008. Una promessa mancata che rischia di lasciarsi dietro un’ecatombe, magari il dimezzamento del personale dello stabilimento (circa 2000 operai). Quindi, la miriade delle altre vertenze, dal settore metalmeccanico (Almec) a quello edile (Novolegno) fino al grande capitolo dei forestali. L’annus horribilis del lavoro in Irpinia rilancia con decisione gli interrogativi legati al loro futuro: 1250 personaggi in cerca d’autore, malati che muoiono mentre il medico (la Regione) studia la riforma del sistema. Accanto al disastro, ci si potrà consolare, almeno in piccola parte, ricordando i progressi realizzati nonostante la crisi nell’agroalimentare, nell’aerospaziale e nel farmaceutico. Settori che hanno aumentato il loro volume di affari e previsto nuove assunzioni: punti di forza dai quali bisognerà ripartire.

La difesa e il potenziamento del tessuto produttivo, accanto all’atavica necessità di attrezzare il territorio di infrastrutture materiali (Lioni-Grottaminarda e Alta Capacità-Napoli Bari in primis) ed immateriali (banda larga e servizi su tutte) erano state pure previste nel Patto per lo sviluppo. Il documento, condiviso dall’intero panorama delle forze sociali, politiche e datoriali della provincia, racchiudeva l’insieme dei nodi strategici per lo sviluppo dell’Irpinia. Ribadiva inoltre l’opportunità di salvaguardare e ripensare i servizi essenziali, in primis i piani sociali di zona e la difesa dei presidi ospedalieri di Bisaccia e Sant’Angelo (ma la partita è ancora aperta), dal taglio ragionieristico previsto dal piano regionale per il rientro dal disavanzo. Ma anche l’estremo tentativo di fare sintesi è naufragato miseramente a suon di impegni mancati. Dopo aver preso parte agli Stati Generali del lavoro e dello sviluppo, svoltisi nel mese di aprile a Palazzo Caracciolo, il governatore Caldoro aveva infatti assicurato la costituzione di un tavolo di confronto permanente, che potesse portare all’individuazione ed alla realizzazione del fattibile. Dopo mesi di chiacchiere ed annunci, tutto è rimasto come prima.

Da un punto di vista più strettamente politico, il 2011 è stato prevalentemente caratterizzato dalle fibrillazioni, vere presunte, che sulla scia della forte opposizione realizzata dell’Udc nei confronti del governo Berlusconi, in tanti avevano auspicato potessero portare alla rottura delle “alleanze di programma” tra scudocrociato e berlusconiani esistenti in Provincia e in Regione. Tentazioni alle quali i centristi hanno prevalentemente resistito, rivendicando la bontà di “un’intesa per la gestione dei servizi”, anche a fronte delle dimissioni del vice presidente regionale , Giuseppe De Mita, avvenute lo scorso settembre sui temi caldi della sanità e della riforma della macchina amministrativa. Dopo poche settimane, infatti, ogni cosa è tornata uguale a se stessa, e il nipote dello stratega Ciriaco, per la verità non senza nuove prese di posizione nei confronti della giunta sulla necessità di rivedere il piano sanitario, ha recuperato il ruolo di numero due di Palazzo Santa Lucia.

Se Provincia e Regione hanno retto, anche il centrosinistra che amministra il Comune di Avellino, nonostante i continui strappi e le fibrillazioni nella tumultuosa maggioranza guidata da Giuseppe Galasso, appare destinato a portare a termine il suo mandato. Stremato dai tagli disposti agli enti locali delle manovre “lacrime e sangue”, varate dal governo Berlusconi, prima, e dall’esecutivo tecnico di Mario Monti, poi, il sindaco ha proposto alla città un cartellone natalizio decisamente improntato all’auseterity. Ciò nonostante, proprio sul finire del 2011, la sua maggioranza ha saputo ritrovare la bussola, e riscoprirsi di sinistra, approvando gli Atti di programmazione urbanistica che fissano le regole in tema di costruzioni e limitano fortemente l’espansione selvaggia. C’è chi lo ha definito un regalo di Natale per la città. Certamente si tratta di un atto, non solo simbolico, di tutela del territorio. Un segnale importante e di buon auspicio in una provincia saccheggiata, dimenticata, bistrattate e sfruttata che, si ostina, a ragione, a chiedere di più, ma che avrebbe pure il dovere di fare bene, e meglio, il proprio.
(di Flavio Coppola)

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