Calcio Avellino – I tifosi delusi alzano la voce

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Secondo round tra tifosi e squadra. Alzano la voce, stanchi di essere presi in giro, stanchi di soffrire, di dover lottare per una squadra che non ricambia il loro affetto. Altro colloquio con Fedele e Colomba nei locali dello stadio Partenio. Altro faccia a faccia per dire che non ne possono più. Hanno detto basta. Non sono più pronti a sostenere una squadra che non lotta, una squadra che nonostante sia dall’inizio della stagione nella zona rossa, non è stata mai abbandonata. Chiedono chiarezza, chiedono se valga ancora la pena percorrere tanti chilometri per difendere questi colori, se valga la pena continuare a compiere tanti sacrifici per conservare la serie B: “La preoccupazione dei nostri tifosi è giustificata- afferma il tecnico dei lupi Franco Colomba- Avellino è una piazza che segue con interesse le sorti della propria squadra. Qui si vive per il calcio ed è normale che pretenda il massimo impegno. E’ un momento difficile. Noi stiamo facendo di tutto per tirarci fuori”. Sono in tanti a chiedere la sua testa, qualcuno durante il colloquio, l’ha invitato ufficialmente a lasciare la panchina: “Anche un mese fa, mi aveva chiesto di abbandonare ed abbiamo inanellato una serie di risultati positivi, mi auguro che questa sua richiesta sia per me di buon auspicio. Abbiamo tutte le carte in regola per risalire la china, ci sono ancora otto gare e tutto può succedere. Non dobbiamo piangerci addosso, il distacco da chi ci precede è minimo. Quindi non credo ci siano particolari problemi per risollevarci”. Sulla mancanza di ‘tranquillità’ da parte di Cecere il suo commento è chiaro: “Sta vivendo un periodo difficile, ma il suo valore non deve essere assolutamente messo in discussione”. Sui soliti problemi difensivi, che attanagliano i lupi dall’inizio del torneo: “Purtroppo c’è li trasciniamo dietro da prima che arrivassi è un nostro limite. Io penso che bisogna accettare l’annata con la consapevolezza di dover soffrire fino alla fine”. Sul caso Panarelli non si esprime, la società gli ha imposto di non parlare: “Nè io nè i miei ragazzi siamo autorizzati”. (Di Sabino Giannattasio)

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