“Come un congegno ad orologeria scatta l’emergenza rifiuti. La prima domanda da porsi è se veramente si vuole andare alla ricerca di una soluzione che ancora una volta non abbia carattere di provvisorietà. Per essere più precisi è possibile lanciare una sfida collettiva che elimini discariche ed inceneritori?”. E’ la nota di avvio del Pdci. “Noi riteniamo di si, se si interviene con politiche coerenti dal basso.
Se la raccolta differenziata è il punto di partenza, riteniamo che bisogna considerare definitivamente chiusa la stagione delle discariche (valga per tutte l’esperienza di Difesa Grande) né opportuno aprire quella degli inceneritori.
Nel nostro bidone dei rifiuti, l’unico scarto che può creare problemi per la salute e l’igiene pubblica è quello definito come frazione putrescibile. Lasciata a sè, questa frazione può sviluppare cattivi odori, attrarre mosche ed animali (ratti, gabbiani, cani randagi) e quindi diventare una potenziale fonte di rischio. E’ fuor di dubbio che occorre eliminare questi rischi, ma è altrettanto importante rendersi conto che i materiali putrescibili sono, prevalentemente, scarti dei nostri cibi e che, nei nostri cassonetti, essi rappresentano solo circa il 20 % di tutto quello che, giornalmente, tentiamo di liberarci. Inoltre, più della metà del loro peso è fatto d’innocua acqua.
L’unico vero problema del resto dei nostri scarti dentro i cassonetti, pari all’ottanta per cento in peso, è il loro ingombro. Da qualche tempo, dopo il loro uso, non sappiamo cosa fare di questi scarti ingombranti: giornali, cartoni, vestiti, imballaggi in vetro, metallo, plastica. La soluzione più semplice è diventata quella di disfarcene, facendoli diventare rifiuti da smaltire. Eppure, nessuno di questi materiali è pericoloso, come pure pile, lampade al neon, computer obsoleti ed elettrodomestici giunti alla fine della loro onorevole carriera. Sono tutti oggetti e materiali innocui durante il loro uso che continuano ad essere innocui, una volta diventati materiali di scarto. Tuttavia, sia questi materiali che gli scarti di cibo (questi ultimi innocui per definizione), possono diventare pericolosi se sono smaltiti nel modo sbagliato.
E l’incenerimento è uno di questi modi sbagliati.
Da tempi remoti il fuoco è stato considerato, giustamente, un elemento purificatore e la scelta, durante le tante epidemie che hanno tormentato l’umanità, di bruciare abiti infetti o i cadaveri di appestati ha certamente limitato e circoscritto i danni di questi eventi tragici. Ma se oggi, dopo la scoperta degli antibiotici, nessuno pensa più di cauterizzare con ferri roventi una ferita infetta, forse occorre chiedersi se non esistano altre possibilità d’inertizzare i nostri scarti putrescibili, senza le controindicazioni del fuoco (i fumi tossici che inevitabilmente si producono con la combustione).
Ovviamente, questa soluzione esiste ed è stata inventata fin dagli albori della vita su questo Pianeta: la bio-ossidazione.
Dal punto di vista chimico si tratta di far reagire il carbonio e l’idrogeno presenti negli organismi viventi (piante ed animali) con l’ossigeno dell’aria. Questa reazione produce anidride carbonica ed acqua e libera energia termica (calore) che gli esseri viventi utilizzano per le loro funzioni. Si tratta dello stesso tipo di reazione (ossidazione) che avviene con il fuoco, ma con l’importante differenza che gli esseri viventi hanno imparato ad ossidare a bassa temperatura. E mentre noi umani, nelle nostre cellule, ossidiamo i cibi di cui ci nutriamo a soli 37 gradi centigradi, per realizzare la stessa ossidazione con il fuoco, in un inceneritore, la temperatura da raggiungere deve essere di diverse centinaia di gradi (700/800 C°). A queste alte temperature è inevitabile che avvengano reazioni incontrollate tra i diversi componenti della miscela sottoposta ad incenerimento, con la formazione di composti indesiderati, in quanto tossici: ossidi di carbonio ed azoto, anidride solforosa, acido cloridrico e fluoridrico, polveri, idrocarburi policiclici aromatici, diossine. Questi composti non si formano, in nessun caso, nella bio ossidazione in quanto, a causa delle basse temperature a cui questa reazione avviene, non sussistono le necessarie condizioni chimico fisiche per la loro sintesi.
E’ esperienza comune verificare come, nei boschi, gli spessi strati di fogliame che si formano in autunno, nella primavera successiva sembrano scomparsi. Al loro posto si trova un terriccio scuro, dal tipico profumo di sottobosco (di funghi!), ricco di una complessa miscela di composti organici, a cui si da il nome di “humus”. La trasformazione da foglia “putrescibile” ad humus avviene proprio grazie alla bio-ossidazione effettuata da miriadi di micro-organismi (funghi e batteri) che si sono nutriti delle sostanze organiche presenti nelle foglie morte. Con il compostaggio l’uomo, fin da epoche remote, ha imparato ad utilizzare gli stessi micro-organismi per bio-ossidare i suoi scarti “putrescibili”: stallatico, scarti di cibo e dell’orto, potature di alberi, sfalci d’erba. E fin da epoche remote, lo stesso uomo ha imparato che il compost, così prodotto, è un ottimo ammendante del terreno, nella produzione agricola. I trucchi per produrre compost senza complicazioni sono semplici: un’equilibrata miscela degli scarti, una giusta umidità, tanta aria per i batteri. Utilizzando esattamente gli stessi trucchi, la bio-ossidazione degli scarti putrescibili si può realizzare in una piccola compostiera da poggiolo (quantità trattata annualmente: 60 chili) o in un grande impianto di compostaggio industriale (70.000.000 di chili all’anno). Nel primo caso, con ventilazione naturale ed occasionali rimescolamenti, ci vogliono circa due mesi di trattamento. Nel secondo caso, all’interno di celle di compostaggio chiuse e termicamente isolate, con aria forzata ed in condizioni di umidità e temperatura controllate, il processo di compostaggio e di bio-ossidazione richiede circa venti giorni. Inoltre, il calore sviluppato dai batteri durante la bio-ossidazione degli scarti, riscalda la massa in fase di compostaggio a temperature fine a 60-70 gradi. Si tratta di un vero e proprio recupero energetico della frazione putrescibile, con uno sviluppo di calore simile a quello ottenibile dalla combustione della stessa quantità di materiale putrescibile (bio-ossidabile), ma con un inquinamento atmosferico nettamente inferiore. A queste temperature non sopravvivono eventuali batteri patogeni, larve di mosche, semi di piante infestanti e quindi si realizza una vera e propria sanificazione del compost prodotto che rende sicuro il suo successivo uso agricolo.
Un altro vantaggio della bio essiccazione è quello di non aver bisogno di spazi eccessivi per la sua realizzazione, anzi il suo vero vantaggio è proprio la modularità e la flessibilità che permette l’adattamento di questi impianti alle esigenze del territorio. Ad esempio, un impianto di bio-ossidazione di scarti di cucina e di giardino per la produzione di compost di qualità, in grado di trattare la quantità di MPC (materiale post consumo) putrescibile prodotta da 65.000 abitanti (6.500 tonnellate/anno) richiede solo 5 celle di bio-ossidazione ed una superficie complessiva (comprese le aree di stoccaggio) di 2.300 metri quadrati, ossia quella occupata da un quadrato di 50 metri di lato! Un impianto di questo genere è in grado di riciclare gli scarti “verdi” prodotti da tutti gli abitanti della sola città di Avellino (circa 60.000 abitanti).
Riteniamo pertanto non solo possibile lanciare una sfida ma addirittura vincerla, ponendosi l’obiettivo di ridurre, riciclare o compostare il grosso dei rifiuti. Per raggiungere l’obiettivo bisogna attivare una macchina organizzativa che deve individuare i seguenti punti di forza: informazione costante e capillare, incentivi economici, diversificazione e flessibilità operativa e, soprattutto, consenso dei cittadini. Vincere questa sfida significa prefigurare un futuro senza discariche ed inceneritori che, sembrerà banale, rappresentano un rimedio peggiore del male.
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