“Ma il cielo è sempre più su?”: il sud è sempre più vecchio e povero

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Avellino – Il Pil del Mezzogiorno nel 1951 era il 23,95 sul totale nazionale. Nel 2008, il 23,8. Gli emigrati meridionali al Nord nel 1961/63: 300mila. Nel 2008: 295mila. La percentuale di under 30 sul totale della popolazione nel Centro-Nord è pari al 30%. Nel Sud è il 38%. Quella di over 65 al settentrione: 22%. Al Mezzogiorno: 17%. I diplomati al Sud nel 2008, 95%, a fronte di un 92% al Centro-Nord, ma – di contro – i laureati che lavorano a tre anni dalla laurea, sempre nel 2008, sono 82,6% dalla cintola in su della Penisola, mentre sono il 59,2% dalle nostre parti. I giovani dai 15 ai 24 anni che lavorano o sono in cerca di lavoro nel 2008 sono il 31% degli italiani, il 25% è del Sud. Dai 25 ai 34 anni sono il 77%, ma il 63% è meridionale. Lavoratori in nero: 9,1 la percentuale del Nord, 19,2% quella del Sud. Circa i luoghi di partenza per la ricerca di un lavoro nel 2008, al primo posto c’è nettamente la Campania con 50mila unità, seguono molto più staccate la Sicilia e la Puglia con 28mila e 21mila. E poi ancora: i rientrati al Sud nel 2009 a seguito della crisi finanziaria ammontano a 40mila persone; gli occupati persi tra giugno 2008 e giugno 2009 al meridione si attestano sul – 4,1%; la popolazione attiva nel 2008 nel Sud è il 51,2%; la stima della popolazione in età lavorativa nel Meridione nel 2030 si attesterebbe sui 9,4 milioni rispetto agli 11,7 milioni del 2008.

Sono solo parte dei numeri e delle stime di “Ma il cielo è sempre più su?”, il volume a quattro mani di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano, presentato questo pomeriggio presso la sala Penta della Biblioteca Provinciale di Avellino. Cifre che, lette così tutto d’un fiato, possono non restituire esattamente il quadro della situazione, ma che invece, ad una analisi più approfondita, fanno emergere in tutta la sua preoccupante crudezza lo stato di salute produttivo – occupazionale di questa terra, e le prospettive, non certamente rosee, per il prossimo futuro. Un meridione che, in questo senso, nel 2030 sarà popolato sempre più da vecchi, dove gli studenti non si iscrivono più all’università perché scoraggiati, dove le famiglie non mettono più al mondo figli perché hanno paura di non essere in grado di farli crescere serenamente (ormai al Nord il numero medio di nati per donna ha superato il dato meridionale). E la Campania, per completare, in questo mare in tempesta sembra addirittura sguazzarci più e meglio delle altre regioni limitrofe.
“Qui effettivamente si soffre molto di più – spiega Luca Bianchi, 41enne vicedirettore dello Svimez ed editorialista del ‘Corriere del Mezzogiorno’, coautore insieme al 27enne Provenzano – e le cause sono riconducibili a molteplici fattori. Basti pensare, ad esempio, alla discrasia tra i grandi progressi nella scolarizzazione ed il sistema produttivo che, invece, resta ancorato ai settori tradizionali. Non a caso qui le ‘false partenze’ dovute alla crisi sono state numerosissime”. Cresce, insomma, il livello culturale dei campani, ma la domanda lavorativa non si rivolge a questo segmento d’offerta, testimoniando come nella nostra regione il problema occupazionale non riguardi solo il profilo quantitativo, ma anche quello qualitativo. “Tra i laureati quelli che vanno via ci sono soprattutto i più bravi – ammette Bianchi – perché qui non c’è spazio né per le loro qualità professionali, né per le loro aspirazioni lavorative e retributive”.
Fin qui si è parlato dei contenuti del libro, tuttavia per onore alla loro valenza documentale, è doveroso fare un passo indietro, risalendo all’approccio metodologico utilizzato dai due redattori. “Nella prima fase della ricerca – informa il vicedirettore Svimez – ci siamo avvalsi della banca dati Istat come fonte primaria, ma nel corso dell’analisi sono venuti fuori dei numeri che non ci convincevano del tutto, soprattutto in riferimento ai trasferimenti di residenza. I flussi migratori che stavamo ricavando sembravano non coprire bene l’entità del fenomeno e così ci siamo preoccupati di ampliare il ventaglio documentale, incrociando più sorgenti di dati per rendere il volume il più scrupoloso e attendibile possibile”. E proprio in riferimento ad Istat e alla pregnanza informativa in genere, la presentazione di “Ma il cielo è sempre più su?” ha rappresentato anche l’occasione per affrontare un tema di queste ore: i dati dell’Istituto di Ricerca nazionale sulla disoccupazione campana e provinciale, che attesterebbero la percentuale irpina sull’8,1%. “Il problema non è nei valori forniti – commenta in merito l’autore – che sono sostanzialmente esatti rispetto alla non facile emersione di tutte le cifre. Piuttosto è il tasso di disoccupazione che, ad oggi, non è più in grado di sintetizzare nel modo più opportuno tutte le dinamiche della inoccupazione. Io sono per il suo accantonamento e per l’utilizzo di altri indici, come ad esempio il tasso effettivo di occupazione, che, in senso inverso, è sicuramente più ricco di significato”.
Alla presentazione del volume – dibattito moderato da Emanuele Imperiali – hanno partecipato sedendo al tavolo dei lavori con gli autori, Silvio Sarno, presidente di Confindustria Avellino, il deputato del Pd, Guglielmo Vaccaro, e – per conto di Territori e Nuove Generazioni che ha promosso l’incontro – Giuseppina Di Crescenzo e Luigi Famiglietti. E proprio a proposito dell’associazione onlus, tra i più entusiasti del volume c’è Salvatore Antonacci, che così si esprime sulla fatica letteraria: “E’ un libro perfetto, che fornisce un’analisi fredda e lucida dei corsi e ricorsi atavici della disoccupazione, dell’emigrazione vista come condizione endemica e, in estrema analisi, di una società locale che appare sempre più pietrificata. Dalle pagine del testo – evidenzia – emerge un meridione che è sempre più un ponte, un sud che però è il nord di altri contesti, come l’immigrazione testimonia. Un sud che deve avere il coraggio di scommettere su se stesso, dando alle nuove generazioni finalmente la possibilità di autodefinirsi. Solo alimentando la capacità critica e lavorando per modificare il ‘pensiero’ vigente si potranno sovvertire questi numeri e impiantare uno sviluppo che sia davvero credibile”.
Come dire: il futuro, nonostante le tante difficoltà di questa terra, ha bisogno anche di volontà e determinazione per materializzarsi. E per costruirlo, lettura e sete di conoscenza – a dispetto dell’imperante deriva culturale – sono fondamentali trampolini di lancio. (di E.T.)

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