Crisi Menarini Bus, Risorgimento Socialista: “Lo Stato paga, i privati controllano”

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Di seguito, il comunicato di Risorgimento Socialista Federazione Irpina sulla situazione aziendale di Menarini Bus:

Menarini Bus, il debito di Seri Industrial e il silenzio della politica: chi pagherà
il conto?
Mentre il gruppo accumula oltre 240 milioni di debiti, a Flumeri-Grottaminarda scatta la
cassa integrazione. Fondi pubblici a pioggia, controllo privato totale. E il territorio irpino
rischia di restare con le mani vuote.
C’è una fabbrica in provincia di Avellino che costruisce autobus. Si chiama Menarini Bus, sta a Flumeri-Grottaminarda, e per decenni ha rappresentato uno dei pochi presidi industriali seri del Mezzogiorno. Centinaia di famiglie ci vivono. Un intero territorio ci ruota attorno. È uno di quei luoghi dove il lavoro non è solo reddito: è identità, è comunità, è futuro.
Oggi quella fabbrica è in mano a Seri Industrial, gruppo privato che l’ha acquisita nell’ambito di un progetto industriale presentato come il grande rilancio della mobilità elettrica italiana. Gigafactory, batterie, transizione verde, fondi europei. Il racconto era seducente. I numeri, invece, raccontano un’altra storia.

Il debito che nessuno vuole nominare.

I bilanci non mentono, anche quando le conferenze stampa cercano di rassicurare. E i bilanci di Seri Industrial dicono una cosa molto precisa: il gruppo è pesantemente indebitato, e la situazione sta peggiorando. La posizione finanziaria netta del gruppo è passata da circa 95 milioni di euro nel 2024 a oltre 227 milioni nel 2025. Alcune ricostruzioni la collocano addirittura vicino ai 259 milioni. Nel primo trimestre del 2026 il dato è salito ancora, a circa 243 milioni. Il patrimonio netto del gruppo si aggira intorno ai 170 milioni: meno del debito. Un’azienda che vale meno di quello che deve.
Per restare a galla, il gruppo si appoggia a linee di credito bancario rotativo — forme di
indebitamento che si rinnovano continuamente — e attende l’erogazione di contributi pubblici per circa 177-178 milioni di euro, legati ai programmi europei IPCEI e agli accordi con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. In altre parole: senza soldi pubblici, i conti non tornano.

Lo Stato paga, i privati decidono.

Qui sta il nodo politico che dovrebbe far arrabbiare chiunque abbia a cuore l’interesse pubblico. Seri Industrial ha costruito il proprio sviluppo attingendo in modo massiccio a risorse collettive: incentivi statali, fondi europei, programmi IPCEI, credito agevolato. Centinaia di milioni di euro di denaro pubblico — cioè di denaro dei contribuenti, dei lavoratori italiani — sono stati incanalati verso un soggetto privato che oggi presenta un debito superiore al proprio patrimonio. Eppure tutto il potere decisionale resta saldamente in mani private. Nessuna rappresentanza pubblica negli organi di governo dell’azienda. Nessuna voce ai lavoratori nelle scelte strategiche. Nessun controllo democratico su come vengono utilizzati i soldi di tutti. Questo si chiama con un nome preciso: socializzazione del rischio e privatizzazione del profitto. Il meccanismo più antico e più ingiusto del capitalismo. Lo Stato mette i soldi, l’imprenditore prende le decisioni. Se va bene, i profitti restano privati. Se va male, il conto lo paga la collettività — e prima ancora, lo pagano i lavoratori.

A Flumeri scatta la cassa integrazione.

E i lavoratori, a Flumeri-Grottaminarda, stanno già pagando. Il rallentamento della produzione nello stabilimento irpino ha portato al ricorso alla cassa integrazione. Una misura presentata come temporanea, come sempre accade. Ma chi conosce la storia industriale del Mezzogiorno sa come finisce, di solito, questa storia.
La cassa integrazione è il primo atto. Poi viene il piano di riorganizzazione. Poi gli esuberi
strutturali, poi la chiusura parziale o totale. Non è un destino scritto. Ma è una traiettoria che diventa sempre più probabile quando un gruppo industriale deve fare i conti con un debito che cresce più in fretta del fatturato, con creditori bancari che chiedono garanzie, con un mercato — quello delle batterie e della mobilità elettrica — che è tra i più competitivi e spietati al mondo, dominato dalla concorrenza cinese con margini industriali
compressi. In questo contesto, le filiali periferiche, i siti non strategici, i presidi territoriali lontani dal cuore finanziario del gruppo sono i primi a finire nel mirino delle ristrutturazioni. E Flumeri, nella geografia del potere industriale italiano, è periferia.

Il territorio che rischia di restare con le mani vuote.

Le conseguenze di una crisi di Menarini Bus non sarebbero soltanto aziendali. Sarebbero territoriali, sociali, generazionali.
Lo stabilimento di Flumeri-Grottaminarda è uno dei principali motori economici dell’Irpinia.
Attorno ad esso ruota un indotto fatto di piccole imprese, artigiani, fornitori locali. Una sua
contrazione significativa significherebbe meno reddito per centinaia di famiglie, meno commesse per decine di aziende locali, meno futuro per i giovani di una provincia che già fa i conti con lo spopolamento e l’emigrazione.
L’Irpinia non può permettersi di perdere Menarini Bus. Non ha abbastanza alternative. Non ha abbastanza ammortizzatori. Non ha abbastanza tempo.

E la politica locale e nazionale tace.

Nessuno pone con la necessaria urgenza la questione di cosa succederà a Flumeri se Seri Industrial non riesce a reggere il peso del proprio debito. Nessuno chiede conto dell’utilizzo dei fondi pubblici. Nessuno avanza una proposta concreta per blindare l’occupazione e il futuro produttivo del territorio.

Cosa si dovrebbe fare, e subito
Le soluzioni esistono. Non sono fantascienza. Sono pratiche già adottate in altri paesi europei, da governi che hanno scelto di non lasciare soli i lavoratori davanti alle crisi industriali. In primo luogo, lo Stato dovrebbe condizionare l’erogazione dei contributi pubblici ancora in sospeso a garanzie concrete e vincolanti sull’occupazione: nessun euro pubblico senza clausole sociali che impediscano licenziamenti e ridimensionamenti dello stabilimento irpino. In secondo luogo, andrebbe valutata seriamente una partecipazione pubblica diretta nella proprietà di Menarini Bus — attraverso Invitalia o la Cassa Depositi e Prestiti — per garantire continuità produttiva e peso decisionale della collettività in un’azienda che della collettività vive. In terzo luogo, i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali dovrebbero avere voce formale negli organi di governo dell’azienda. La cogestione operaia non è un’utopia: è la normalità in Germania, è pratica consolidata in molti paesi del Nord Europa. È uno strumento di stabilità industriale, non di conflitto.
Infine, le istituzioni locali — Regione Campania, Provincia di Avellino, Comuni dell’area —
dovrebbero smettere di essere spettatori passivi e diventare soggetti attivi nella difesa del territorio.

Il conto è aperto. Chi lo pagherà?

La domanda è semplice. La risposta, se non cambia nulla, è già scritta.
Lo pagheranno gli operai di Flumeri, con la cassa integrazione che si allunga, con i contratti che non si rinnovano, con i licenziamenti che arrivano camuffati da riorganizzazioni aziendali. Lo pagherà l’Irpinia, con un altro pezzo di tessuto industriale che scompare, con altri giovani costretti a fare le valigie, con un territorio che si svuota lentamente e inesorabilmente. Lo pagherà il Mezzogiorno, che non può permettersi di perdere un altro presidio produttivo per inseguire le convenienze finanziarie di gruppi privati sostenuti con denaro pubblico. Menarini Bus non è un’azienda come un’altra. È un bene comune. E i beni comuni non si abbandonano alla logica del mercato finanziario.
Il silenzio della politica su questa vicenda è già, di per sé, una scelta. Una scelta contro i
lavoratori e contro il territorio.