I falò di Sant’Antuonu sono una di quelle tradizioni destinate a vivere nel tempo; un fenomeno che, nonostante le molteplici e brillanti spiegazioni fornite da studiosi ed etnologi, sfugge, forse, ad una rigorosa interpretazione razionale.
Quando le fiamme dei fuochi si levano nel buio della sera creando suggestivi giochi di scintille e bagliori di lingue incandescenti che sgretolano le nuvole di fumo, annullano, almeno per una notte, la distanza secolare tra il succedersi dei tempi. Tutto era possibile nel giorno del 17 gennaio, Festa di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e quindi anche di tutta la comunità contadina per la quale i maiali , le mucche, le pecore, le capre rappresentavano una risorsa fondamentale nella lotta per la sopravvivenza.
L’accensione dei fuochi unisce motivazioni sacre ed aspetti profani e richiama antiche consuetudini medievali reintegrate nel Seicento, secolo di grandi contrasti e di terribili epidemie, di teatralità e di imponenti scenografie, dominato dalla bruciante consapevolezza della fragilità umana e da un’intensa religiosità, tempo in cui convivevano da un lato l’immensa miseria della plebe e dall’altro il prestigio e lo sfarzo della nobiltà e della corte vicereale di Napoli, capitale del Regno.
Già sul finire del XVII Secolo, il 17 gennaio, in tutto il Regno di Napoli, si distribuiva il “Pane di Sant’Antonio” elemento magico, protettivo, sacrale e si preparava con la parte più pura del grasso di un porcellino, un unguento miracoloso per la cura dell’infezione dell’Herpes Zoster o “Fuoco di Sant’Antonio”. Un’ipotesi accreditata mette in relazione i fuochi di Nusco e di altri paesi irpini con la peste del 1656, un flagello che nella sola Nusco fece 1200 vittime.
I Falò furono accesi per la prima volta in quella occasione come rimedio e difesa contro l’imperversare del contagio, come mezzo di purificazione corporale e spirituale, come invocazione di aiuto alle virtù taumaturgiche del Santo che, con il suo porcellino, rappresenta il simbolo della salute, del benessere e dell’abbondanza. Da allora il rito “magico” si ripete colorandosi ogni volta di nuovi significati e di singole connotazioni.
“Sant’Antuonu: maschere e suoni” è anche l’anteprima del “Carnevale in Irpinia”, con le sue sfilate in maschera, i pulcinella e le sue strofette argute e salaci, le sue espressioni caustiche ed irriverenti che esorcizzano i digiuni della quaresima, la povertà, le lunghe e dure fatiche suscitando il buonumore e la facile risata.
Nusco, in coincidenza con la manifestazione dei fuochi apre le manifestazioni provinciali del Carnevale in Irpinia infatti : gruppi di commedianti e di ballerini con costumi coloratissimi che li rendono molto caratteristici e allegri sfilano per il Centro Storico spostandosi da un fuoco ad un altro. Accanto ai personaggi della tipica Zeza irpina, rivive a Nusco “La Riavulata” ( La Diavolata) maschere vestite di rosse di ispirazione infernale che agitano rumorosamente lunghi catenacci e la rappresentazione carnevalesca degli antichi mestieri, un tempo numerosissimi come “Lu scarparu”, “Lu castagnaru, “Lu lattaru”, “Lu favrucatoru”, Lu prevutu”, “La lavannara”.
La manifestazione “Sant’Antuonu, Maschere e suoni” per le sue peculiarità intrinseche, nel corso degli anni, si è arricchita di profondi significati culturali e di contenuti per cui a suo corredo e completamento ha visto nascere altre manifestazioni che ne completano il messaggio e la collegano, più in generale, alle manifestazioni etnico – culturali che distinguono e qualificano la nostra Irpinia e che rendono il nostro territorio visibile anche a livello extra regionale. E’ superfluo sottolineare che l’organizzazione della manifestazione, nonostante la collaborazione gratuita delle associazioni presenti sul territorio richiede un notevole impegno economico (la spesa prevista per la manifestazione del 2010 è di circa 30mila euro) da parte dell’amministrazione comunale di Nusco, per questo si cerca la collaborazione dell’Ente Provincia.
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