Pd – Lengua è il segretario: ora si cerca l’idea pensante

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Avellino – Caterina Lengua è la nuova segretaria provinciale del Partito Democratico. Con sessantadue preferenze, sostenuta dalle liste Progetto Democratico e le Cento Irpinie Democratiche, ha assunto, dopo un lungo e vivace dibattito, la leadership del partito di via Tagliamento confrontandosi con il candidato dei bersaniani Luigi Famiglietti che ha incassato 37 voti (una sola scheda bianca).
Avvocato e consigliere comunale di Cervinara, la Lengua si è detta innanzitutto orgogliosa di appartenere a quel folto gruppo di persone che non ha esperienze politiche pregresse ma è nata insieme al Pd. Una libertà che le ha permesso di apprezzare il valore di ogni singola sensibilità presente all’interno del partito e che, alla franceschiniana maniera, l’ha spinta a chiedere la collaborazione ed il supporto in primis del suo diretto concorrente. Un congresso partecipato – a parte l’assenza risonante di Franco Maselli – in cui il dibattito, seppur variegato, ha spinto ancora una volta verso quella conclamata unità che si spera non sia più solo di facciata. Con l’auspicio – ha sottolineato il senatore De Luca – che se scontro ci deve essere lasci fuori le istituzioni e non porti all’autodistruzione. Anche perché in una competizione è fisiologico che ci siano diversità che sfociano il più delle volte in intemperanze ma è pur vero che finora a rimetterci è stata la credibilità del Partito Democratico. E il secondo partito d’Italia una debacle del genere non può davvero più permettersela.

A questo punto il popolo democratico irpino si aspetta che le divergenze croniche del partito non consegnino all’opinione pubblica un ‘ricorso storico’. E se lo augura innanzitutto Franco Vittoria che ha auspicato per il suo successore una sorte diversa dalla sua. Scettico al riguardo, invece, Lello De Stefano convinto che al Pd occorra ancora una volta un “martire” perché “… tanto da domani ricominceranno”. E non ha peli sulla lingua questa sera il democratico De Stefano che ha invitato il partito a smetterla con i “giochetti”. Dal suo punto di vista il binomio vincente sarebbe stato il De Blasio – Paris. Ed entrambi, a dirla tutta, meritano questa sera un encomio. Carmine De Blasio, candidato in pectore – anche se con alti e bassi -, ha dato una lezione di stile facendo un passo indietro nella speranza che il suo ‘sacrificio’ serva a creare quei presupposti necessari per consegnare all’Irpinia “un partito vero, capace di guardare a questa terra proponendole un progetto, capace di parlare delle piccole cose e delle grandi attese”. Insomma, l’Irpinia di cui parla De Blasio non è più quella dei ricordi e non è ancora quella della “nostra immaginazione” ma piuttosto è una terra che ha bisogno di essere più conosciuta e meno interpretata.

Brava anche Valentina Paris: il suo intervento, peraltro pieno di foga e passione, ha guadagnato applausi e attestati di stima manifestando una struttura politica non indifferente nonostante la giovane età. La Paris ha avuto il coraggio di ‘cantarne quattro’ anche al senatore De Luca, oltre che all’intero partito, mostrando come i giovani, poco valorizzati in alcuni casi, abbiano una mente pensante e una pelle graffiata da problemi che vivono in prima persona: dalla precarietà, alla disoccupazione alle prospettive… ogni singolo dettaglio della vita quotidiana merita secondo la Paris di essere valutato e giudicato nella sua interezza in un dibattito plurale in cui non vanno rinnegate le proprie mozioni di appartenenza che altro non sono che il proprio modus pensandi, la vera ratio da cui scaturisce l’azione politica di ognuno. Anche a costo di arrivare allo scontro. Linea sposata anche da Enzo Venezia che, pur sostenendo che l’unità rende più forte la proposta politica, ha ammesso che “la pluralità nella diversità rende ancora più forte il partito”.
Spirito di servizio e abnegazione hanno segnato il passo di Luigi Famiglietti: “Non ho la presunzione di pensare che con la mia barchetta di Territori e Nuove Generazioni possa fare il segretario ma voglio contribuire alla creazione di questo partito. E qualora non dovessi essere eletto non me ne andrò di certo”. Anche perché, come ha esplicato il suo sostenitore Rodolfo Salzarulo, “minoranza in un partito non è opposizione ma è contributo aggiuntivo”.
Grande senso pratico quello di Alberta De Simone che ha condannato il tempo perso finora dal Pd: “Stiamo facendo solo conte interne. È il momento, invece, di proiettarci fuori e dare al territorio le risposte che chiede”.

Ed è davvero il momento di agire, perché, come ha ribadito il segretario regionale Enzo Amendola, “il partito c’è, si sa ascoltare, sa cambiare ed ha al suo interno giovani che già sono classe dirigente”. Anche se il segretario regionale attribuisce agli esponenti del Pd la responsabilità di fornire all’esterno una immagine non veritiera: “La foga che usiamo nel dibattito interno dovremmo portarla fuori. E sarebbe un disvalore se domani uscisse da qui l’immagine di un partito diviso”.
Dunque, ‘domani è un altro giorno’ e noi tutti vogliamo crederci. Ma resta il fatto che da oggi il partito ‘del non più e del non ancora’ deve essere, almeno secondo le intenzioni, solo un farraginoso ricordo. Il Partito Democratico non ha più alibi: si accolli le proprie responsabilità e dimostri finalmente cosa sa fare. E soprattutto cosa vuole fare. E possibilmente lo faccia con il minor numero di lacerazioni e vittime possibile. (di Manuela Di Pietro)

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