La grandezza del Questore Palatucci nel libro di Angelo Picariello

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Irpinia – Sarà pubblicato in questi giorni dalle Edizioni San Paolo il libro di Angelo Picariello,avellinese e giornalista del quotidiano l’Avvenire, “Capuozzo, accontenta questo ragazzo – la vita di Giovanni Palatucci”, una biografia del penultimo questore reggente di Fiume (il successore durerà in carica pochissimo) di cui è in corso la causa di canonizzazione, testimone della fede del ‘900 per la Campania all’ultimo convegno della Chiesa italiana di Verona. Si tratta di una grande storia familiare, che vide collaborare, in nome della comune matrice francescana, il commissario Palatucci, assegnato a Fiume all’ufficio stranieri, con il vescovo di Campagna (Salerno), lo zio Giuseppe Maria Palatucci, di recente insignito della medaglia d’oro al merito civile dal presidente Napolitano. Al campo di concentramento realizzato i perseguitati vennero di fatto accuditi e salvati, con ripetuti assegni provenienti dalla Santa Sede, a firma del cardinale Luigi Maglione, o dell’allora monsignor Giovan Battista Montini, per una somma di 100mila lire di allora. Questi stanziamenti destinati a Campagna recavano l’esplicita volontà del Papa Pio XII di lenire così le sofferenze dei perseguitati per motivi razziali. Il fitto carteggio tra la diocesi (ora soppressa) e la Santa Sede apre nuovi squarci sul periodo ancora “coperto” degli archivi vaticani e sui cosiddetti “silenzi” del Pontefice sulla questione ebraica. Ma il volume contiene anche testimonianze inedite sull’attività clandestina svolta dal commissario di origini irpine (nativo di Montella) finalizzata al salvataggio degli ebrei. L’ex finanziere Giuseppe Generoso, che oggi vive a Prato, ma è originario di Pisciotta, nel Salernitano, attesta di ben 5mila passaporti falsi gestiti segretamente (in soli due anni, dal ’41 all’armistizio del ’43) per conto di Palatucci, insieme ad altri due giovani colleghi già deceduti, con lui in servizio alla frontiera di Buccari. L’agente di polizia Alberino Palumbo attesta invece di altri tremila salvataggi effettuati in seguito, dall’armistizio fino all’arresto di Palatucci, nel settembre ’44. Si tratta in massima parte di ebrei che erano in fuga dalla Serbia governata dagli ustascia filo nazisti, o dall’Est europeo, che alimentarono il cosiddetto canale fiumano. Un’attività non documentabile per ragioni comprensibili, ma attestata da nuove, più dettagliate, testimonianze, le uniche a poter disvelare a distanza di oltre 60 anni un’attività pensata per rimanere segreta, tanto che gli archivi furono bruciati prima dell’arrivo a Fiume dei tedeschi. Ebbene, queste nuove testimonianze portano ad aumentare ulteriormente il numero, se non dei salvati, quanto meno dei perseguitati (ebrei, ma non solo) “aiutati”: circa 10mila, che in massima parte si salveranno effettivamente. Arrestato Palatucci, gli agenti rimasti in una questura dimenticata da tutti, con i nazisti in fuga e gli alleati che rinunciano allo sbarco in Istria in un primo momento programmato, finiranno (circa 75), nel maggio 1945, nelle galere e nelle foibe dei Titini. Ma in provincia di Benevento è stato ascoltato per la prima volta a ben 94 anni l’ex agente della questura Ernesto Iacovella, che figurava in quell’elenco di agenti dispersi ed invece è ancora vivo, e ricorda, da ex responsabile della mensa, come – su disposizione proprio di Palatucci – alla questura di Fiume ci fosse da mangiare non solo per agenti e funzionari, ma anche per gli ebrei che in teoria dovevano, dai poliziotti, essere o arrestati o deportati. L’ultimo a parlare con il commissario Palatucci, alla stazione di Trieste, già chiuso con altri mille deportati in un vagone piombato fu il brigadiere Pietro Capuozzo, padre dell’inviato del Tg5 Toni, autore della prefazione del libro. Al fidato brigadiere Palatucci raccomanda non se stesso, ma un ragazzo di Trieste che veniva deportato con lui a Dachau, gli fa scivolare tra le mani un biglietto, “Capuozzo, accontenta questo ragazzo” (di qui il titolo del libro), è questo l’ultimo ordine che dà, Palatucci, quello di avvertire la madre, a un indirizzo di Trieste. Palatucci morirà a Dachau, ma anche lì, attesta un’ultima testimonianza (quella di Giuseppe Gregori, di Piovene Rocchette, nel Vicentino) darà prova di grande generosità ed eroismo.

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