Da “Il Biancoverde” n. 23 del 14/02/2014
Questa settimana, la rubrica “L’opinione di…” è dedicata al Direttore di Telenostra Pierluigi Melillo.
“Ho avuto la fortuna di vivere da giovane tifoso la stagione ’77-’78, quella per intenderci della storica promozione in serie A – dichiara -. Domeniche di panini con la cotoletta avvolti nella carta argentata e sfacchinate sui pullman sgangherati e sempre stracolmi in giro per l’Italia. Si tornava a casa stanchi, ma felici. Anche se non sapevamo di vivere un sogno. Poi, col passare delle domeniche l’abbiamo capito. Ed è stato fantastico, indimenticabile. Ma devo ammettere – spiega – che quest’anno ci sono forti analogie con l’appassionante cavalcata che per la prima volta ci portò ai massimi livelli del calcio italiano. Indubbiamente, Rastelli ha una chioma più folta di Paolo Carosi, che dalla primavera della Lazio arrivò sulla panchina dei lupi per tentare una prima avventura da allenatore nel calcio che conta. Ma in fondo i due mister sono molto simili. Stessa voglia di emergere, stessa determinazione ed un modulo di gioco pratico, che fa dell’agonismo e della grinta le armi migliori di una squadra che non si arrende mai e che non guarda in faccia a nessuno.
E’ questo l’Avellino – continua Melillo – che poi negli anni è diventato la provinciale di lusso, che in A ha puntualmente piegato al Partenio le squadre che avrebbero poi vinto lo scudetto: dall’ Inter al Milan, dalla Juve al Verona. Non c’è avversario che può far paura ad un gruppo di giocatori che ha alle spalle anni di gavetta e sacrifici, ma che non vede l’ora di arrivare in alto per dimostrare che alla fine il verdetto del campo è quello che conta, al di là del blasone e del curriculum. E quando le cose vanno male ci sono i tifosi a spingere, non solo in casa. Allora c’erano Cattaneo e Di Somma, Galasso e Montesi, i gemelli Piga, Giancarlo Tacchi, per citarne solo alcuni dei protagonisti di quell’impresa. Gente che arrivava sul palcoscenico più importante del calcio senza un passato illustre. Manovali del pallone.
L’unico che aveva giocato a livelli più importanti era Adriano Lombardi, il capitano coraggioso, che ci rimarrà sempre nel cuore. Quell’Avellino di Carosi stupì tutti, smentendo critici e mandando all’aria previsioni nefaste: “Ma dove potrà mai arrivare questo Avellino?”, si chiedevano tutti, sempre e comunque. Fino all’ultima giornata di campionato, quando il gol di Mario Piga a Marassi costrinse tutti, scettici e tirapiedi, ad arrendersi: sì, l’Avellino era arrivato in serie A. La Madonna di Montevergine aveva fatto il miracolo: anche se poi negli anni Mamma Schiavona dovette fare gli straordinari per consentire ai lupi di restare per dieci anni in serie A.
Allora come oggi, 37 anni dopo. Al di là di come finirà, Rastelli ha già vinto: ha ridato orgoglio e dignità ad una tifoseria per troppi anni tradita e mortificata da avventurieri del calcio e improbabili profeti della panchina. Quante amarezze. Alle sue spalle c’è una società rinata dalla ceneri del fallimento, l’unica macchia che resta nella nostra storia calcistica: ora potrà essere cancellata definitivamente solo quando sull’album della Panini rivedremo sullo scudetto dell’Avellino brillare il vecchio logo. Perché chi ha vissuto l’epoca d’oro del calcio biancoverde, chi ha gioito e pianto per questi colori sente sulla pelle quel marchio incancellabile dell’ Uesse Avellino 1912. Un simbolo che è l’anima del lupo e che ci manca maledettamente. Questa nostalgia, che a molti potrebbe apparire assurda o effimera (ma non lo è), nulla toglie all’impegno appassionato del presidente Walter Taccone.
Anzi, lui è stato l’unico imprenditore di Avellino sceso in campo per far rinascere il calcio biancoverde, ridando credibilità ad un club finito nel fango. E si è lanciato nella mischia, sapendo che nel calcio in città c’è molto da perdere e poco da guadagnare. Ma da abile manager, grazie anche al caparbio impegno del figlio, il direttore generale Massimiliano, ha costruito un miracolo di cui Rastelli e i calciatori sono i protagonisti assoluti, e il direttore sportivo Enzo De Vito ne è l’astuto regista.
Forza Avellino, anche se nessuno ci crede: questo è l’anno che può segnare un’altra svolta importante nella storia del calcio Avellino. Ci spero e sono pronto a scommetterci. Lo dico soprattutto per Paolo, che aveva finalmente coronato il sogno di lavorare per la squadra della sua città ma che ora è costretto a lottare lontano dal campo, e per i tanti giovani che vanno su e giù per l’Italia inseguendo la speranza di un riscatto per questi gloriosi colori biancoverdi. E per tutti noi” – conclude -.
