Cinghiali nei Picentini, Ambiente è/e Vita attacca: “Piano senza basi scientifiche, rischio di gravi squilibri”

1
762

In merito alle recenti dichiarazioni trionfalistiche dell’Associazione Tartufai Monti
Picentini circa l’avvio dei piani di abbattimento selettivo nel Parco Regionale, la sezione
provinciale di Ambiente è/e Vita intende riportare il dibattito su un binario di rigore
scientifico. Quella che viene definita una “svolta” storica è, in realtà, una strategia
obsoleta che rischia di aggravare il problema anziché risolverlo.
1. Un piano senza basi: l’assenza di dati certi
Il piano di controllo adottato manca di solide basi scientifiche. Ad oggi, non esiste un
censimento rigoroso e aggiornato che dimostri l’effettivo numero di cinghiali presenti
nell’area protetta. Senza una stima reale della popolazione e della sua densità, parlare di
“eccedenza” è arbitrario. Inoltre, non sono mai stati prodotti studi scientifici che
dimostrino, con dati alla mano, gli effettivi squilibri ecologici imputabili esclusivamente al
cinghiale all’interno del Parco. Agire “al buio” non è gestione del territorio, è gestione
venatoria mascherata.
2. Il paradosso dello sparo: perché la caccia aumenta la fertilità
L’articolo dei tartufai celebra l’abbattimento selettivo 365 giorni l’anno. La letteratura
scientifica internazionale (e studi ISPRA) dimostra però il contrario: la pressione venatoria
costante disgrega i branchi sociali.
Quando viene uccisa la “femmina alfa” (la matriarca), si rompe la sincronizzazione
dell’estro. Risultato? Tutte le femmine giovani del gruppo vanno in calore precocemente,
aumentando di fatto il tasso riproduttivo della popolazione locale. L’abbattimento
indiscriminato è il miglior fertilizzante per la proliferazione dei cinghiali.
3. Specie “ungherese” o cattiva gestione venatoria?
Si legge di una presunta immissione di “cinghiali ungheresi” nel 2002. È necessario
chiarire che il problema non è l’origine geografica, ma l’inquinamento genetico, causato
per decenni da ripopolamenti a scopo venatorio effettuati dai cacciatori stessi, con la
complicità degli enti pubblici, che hanno introdotto esemplari dal Centro-Europa più
prolifici del nostro ceppo italico. Lamentare oggi l’abbondanza di ungulati ignorando che il
mondo venatorio ne ha alimentato la presenza per anni è una contraddizione in termini.
4. Il Parco non è il problema: un errore di cronologia
È necessario ristabilire la verità storica: il Parco Regionale dei Monti Picentini è stato
istituito nel 2003, anno in cui la caccia è stata interdetta per legge. Affermare che il
problema sia iniziato nel 2008, anno in cui la caccia è stata interdetta, è un falso storico.
In questi vent’anni, il Parco ha garantito il mantenimento degli equilibri ecologici (grazie al
mancato compimento di tali azioni) e le nostre rilevazioni sulla fauna selvatica non
indicano alcun “sovrannumero” critico. Al contrario, la presenza stabile del Lupo svolge in
maniera eccellente il compito di regolatore naturale, mantenendo le popolazioni di
ungulati in salute e numericamente bilanciate. Paradossalmente, diminuendo
temporaneamente il numero di cinghiali (con il rischio come detto sopra di veder
aumentare il numero) il Lupo potrebbe attaccare gli allevamenti, l’ente parco si rende
complice di questo ulteriore squilibrio.
5. L’inefficacia dei selecontrollori e i rischi per la biodiversità
Affidare la gestione a 86 selecontrollori, spesso mossi da interessi venatori personali e
non da competenze ecologiche, non garantisce l’equilibrio del Parco. La geolocalizzazione
tramite App citata dai tartufai non mitiga l’impatto del disturbo antropico in aree
protette. Il disturbo causato dagli spari allontana la fauna selvatica protetta e interferisce
con i cicli biologici di specie rare presenti nei Monti Picentini.
Inoltre il paventato avvio della “girata” (squadre di cacciatori) comporterà un disturbo
acustico e antropico insostenibile per tutta la fauna protetta del Parco (lupi, rapaci ecc.),
creando danni ecologici di vasta scala che vanno ben oltre la gestione del cinghiale.
In un periodo di fragilità ecologica e climatica ove la tutela, la salvaguardia e la
conservazione della natura riveste un ruolo fondamentale, in questa parte d’Italia si
compiono paurosi passi indietro. L’Ente Parco ha grandissime responsabilità. Il Presidente
D’Angola sta formalizzando ed attuando, con la complicità della giunta, al cui interno vi è
un membro delle associazioni ambientaliste che dovrebbe (?!) garantire il rispetto dei
principi ecologici, un vero e proprio attacco alla natura, peggiorando tutte le condizioni
che un’area protetta dovrebbe garantire e salvaguardare.
6. Tartufi: colpa del cinghiale o bracconaggio dei cercatori? Attenzione al mutamento climatico.
Attribuire la diminuzione del tartufo esclusivamente alle “incursioni” dei cinghiali è un
modo maldestro per “nascondere la polvere sotto il tappeto”. Avendo svolto per anni
attività di vigilanza ambientale proprio sulle modalità di raccolta in particolare su
quell’area, Ambiente è/e Vita denuncia che la vera pressione sulle tartufaie è di origine
umana. Il declino produttivo è causato da cercatori che:
– Non rispettano gli orari e i periodi di raccolta.
– Utilizzano un numero di cani da cerca infinitamente superiore a quanto consentito dalla
legge.
– Esercitano un prelievo selvaggio che non permette la rigenerazione delle spore.
Infatti, quando abbiamo agito sul territorio, elevando innumerevoli sanzioni proprio su
detti punti, la pressione antropica illegale è drasticamente diminuita, le tartufaie hanno
ripreso a produrre ed il numero di tartufi raccolti è aumentato in maniera importante.
L’altro fattore che oggi riveste altrettanta importanza è il mutamento climatico: le
stagioni siccitose e l’aumento delle temperature globali stanno alterando profondamente
la simbiosi micorrizica e la produttività dei boschi. Incolpare gli animali per un calo
produttivo dettato dal clima è un errore di analisi grossolano. Anzi, e ritorniamo all’aspetto prettamente naturalistico sistematicamente ignorato principalmente dall’ente parco e poi dall’associazione tartufai: il cinghiale è un “ingegnere dell’ecosistema”. L’azione di scavo (rooting) favorisce l’ossigenazione del suolo e la dispersione delle spore di molte specie fungine, compreso il tartufo. Peccato che questi aspetti scientifici non vengano mai menzionati.
6. L’illegittimità dei decreti e il silenzio del Parco
Abbiamo contestato formalmente i vari decreti emessi dall’Ente Parco, ritenendoli
illegittimi, e ne abbiamo chiesto la revoca in autotutela. Oltretutto questi provvedimenti
omettono l’applicazione dei metodi ecologici obbligatori per legge (come chiusini,
prevenzione e gestione del territorio) prima di passare agli abbattimenti.
Nonostante le nostre numerose segnalazioni inviate negli anni, l’Ente Parco è rimasto
“sordo”: mai una risposta, mai un incontro. Questo atteggiamento, come detto, rischia di
determinare gravi squilibri ecosistemici e mette in serio pericolo gli stessi “controllori”,
esponendoli a potenziali conseguenze di carattere penale per attività svolte in assenza
dei presupposti legali necessari. Riteniamo che la gestione dell’ente parco regionale dei monti Picentini vada completamente rivista, si agisce per scopi completamente diversi rispetto alla legge 394/91 e la nuova legge regionale.

Conclusioni
“Ce l’abbiamo fatta” è un grido prematuro. La storia ci insegna che più si spara, più i
cinghiali aumentano e si spostano verso i centri abitati. Invitiamo l’Ente Parco e le
amministrazioni regionali a sospendere i piani di abbattimento indiscriminato e ad aprire
un tavolo tecnico con ecologi e associazioni ambientaliste per una gestione che rispetti la
biodiversità dei Picentini, non solo gli interessi di categoria.
Ufficio Stampa Ambiente è/e Vita sez. prov. Avellino