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Gerardo De Vinco se ne andò in un freddo gennaio del 1977, non aveva ancora cinquant’anni, ma aveva già fatto molto parlare di sé. Era nato ad Atripalda il 27 novembre 1929, da Ippolisto (Atripalda 1892-1955) ed Elisa Mele. Il padre era un commerciante di cappelli, con la passione per l’opera che aveva coltivato nella claque al Metropolitan di New York (dove, quasi un secolo più tardi, approda la nipote pianista Antonella). Ippolisto era tornato dall’America, alla fine degli anni Venti, un po’ più ricco di quando era partito ed aveva potuto offrire ai figli, insieme agli studi, anche una dignitosa collocazione sociale. Gerardo, ’ndindino, come lo avrebbero chiamato da subito in casa e fuori, aveva frequentato il liceo ‘Colletta’, ma poi si era diplomato, per necessità, all’Istituto Magistrale di Avellino, e sognava di fare il giornalista. Andrea, invece, si avviava ad una brillante carriera forense e si affacciava alla vita politica (dopo una fugace infatuazione monarchica) con Fiorentino Sullo.
Troppo giovane per essere compromesso con il fascismo, Gerardo, coetaneo di Alfredo Bonazzi, aveva vissuto da ‘avanguardista’ gli anni della guerra, ed era stato testimone delle devastazioni e dei lutti che non avevano risparmiato Atripalda, dopo l’8 settembre. Ed alcuni anni più tardi aveva ascoltato il racconto dei reduci: Alfonso Armerini e Armando Rotondi (che erano miracolosamente tornati incolumi dalla disfatta dell’Armir), Sabino Alvino, Antonio Alviggi, Vincenzo Foschi, che erano scampati ai campi nazisti; e aveva visto accompagnare al camposanto il tenente Nino Sparavigna: quanto bastava per rifiutare la tragedia e l’orrore della guerra.
Poco più che ventenne aveva esordito nel giornalismo ed era rapidamente approdato al “Corriere dell’Irpinia”, il settimanale più prestigioso di Avellino. Fondato da Guido Dorso, nel gennaio del 1923, passato indenne attraverso il fascismo (del quale fu per oltre dieci anni la voce ufficiale), con la liquefazione del regime il settimanale aveva sostenuto l’ascesa della Democrazia Cristiana, prima con la direzione di Alfonso Carpentieri, e poi con Angelo Scalpati. In questo contesto, sin dai primi anni ’50, Gerardo De Vinco aveva trovato la possibilità di manifestare le sue doti spiccate di osservatore di costume e la sua passione politica.
Un giovane maestro, come tanti altri della sua generazione, colto e irrequieto, una fucina di passione politica e di iniziative, innamorato della sua Città e della terra irpina. Giornalista ‘partigiano’, senza camuffamenti e a viso aperto, contraddiceva con la parola affilata e l’ironia tagliente l’aspetto un po’ pacioso, e forse si compiaceva di sorprendere l’occasionale, e spesso ignaro, interlocutore. Al punto da confessare, nello squarcio autobiografico di una cronaca politica del 1974, “Il nostro carattere ribelle e protestatario ci porta molte volte ad essere critici nei riguardi di fatti e persone”, quasi per scusarsi con i lettori, se in quel caso avrebbe ‘graffiato’ meno del solito. Informato, curioso, allusivo, affrontava sfide solitarie sui temi che gli infiammavano il cuore: Atripalda, la sua identità e la sua storia; la politica, vissuta e raccontata con la stessa veemente passione, contro avversari interni ed esterni alla D.C.; la scuola.