VIDEO/ Alemi, il giudice che ha svelato la trattativa Stato-Mafia. Cantelmo: “Un magistrato con la M maiuscola”

30 ottobre 2018

“Il caso Cirillo, la trattativa Stato-Br-Camorra. Fermate quel giudice”, non si tratta di un romanzo ma di un libro impegnativo scritto, come ha affermato lo stesso Procuratore di Avellino, Rosario Cantelmo, “da un magistrato con la M maiuscola che possiede un autentico senso delle Istituzioni ed altissima dignità”.

Cantelmo si riferisce a Carlo Alemi, ex giudice istruttore negli anni Ottanta del processo alla colonna napoletana delle brigate rosse e della scottante inchiesta per la trattativa tra Stato e camorra per la liberazione dell’assessore campano della DC, Ciro Cirillo, avvenuta il il 24 luglio del 1981, che diversamente dal caso Moro ha avuto un epilogo positivo e, per così dire, meno cruento.

Trecentocinquanta pagine attraverso cui Alemi ripercorre una ricerca della verità ostacolata dal periodo storico, dalla politica e dallo stesso Stato. Una verità messa a dura prova dal Bene e dal Male che quasi si mescolano e disorientano la Giustizia.

Alemi non ha voluto celebrare degli avvenimenti, il suo non è un libro storico. Le sue parole incastrate negli anni ’80 fanno eco nel presente, colmano quel vuoto lasciato ancora tutt’oggi da una democrazia fragilissima e da un Paese che non riesce e che, molto probabilmente, non ha il coraggio di ricercare la Verità.

“Hanno cercato di fermarlo in tutti i modi – ha spiegato Cantelmo nella sala Blu del Carcere Borbonico dove è stato presentato il libro del giudice, in questo primo appuntamento avellinese su  ‘La Giustizia, ma in quale Stato?’ – Alemi ha ricevuto attacchi personali pesantissimi, ha subìto processi e lui non ha mai protestato, mai alzato la voce o fatto un commento sopra le righe. Ha percorso il suo cammino verso la Giustizia con dignità in un contesto alquanto fragile. Nel 1981 la Campania, Napoli era una terra senza legge, ogni giorno era segnato dal sangue, dalla violenza e dalla morte. In tale contesto si cala la vicenda del rapimento di Cirillo avvenuto il 27 aprile”.

Alemi ha raccontato i retroscena di un’indagine che diventò una missione impossibile, con suoi colleghi, politici, servizi segreti e investigatori che tentarono di nascondere la verità. Sono quelli gli anni che hanno condizionato la sua vita e la sua famiglia. Fatti umani che si intrecciano alla vicenda più torbida della vita politica ed istituzionale.

“Io mi ero sempre rifiutato – ha raccontato a margine dell’incontro Alemi ad Irpinianews – di scrivere del mio lavoro finché sono stato in servizio poi ho capito che non era giusto che queste vicende cadessero nel silenzio. I meno giovani hanno dimenticato ed i giovani rischiano di non sapere nulla”.

Così ha deciso di raccontare e di imprimere il suo coraggio tra le pagine di questo libro oltre trent’anni dopo il ‘caso’. C’è un motivo speciale per il quale Alemi ha ricostruito quelle vicende: “Luigi Necco, il giornalista della Rai noto per le cronache sportive, mi diceva sempre di scrivere un libro e, purtroppo, mi dispiace che non abbia potuto vedere questo lavoro perché ci ha lasciato prima”.

Il ‘caso Cirillo’ traccia un quadro inquietante del potere politico dell’epoca. Il giudice finì anche nel mirino del presidente del consiglio democristiano dell’epoca, Ciriaco De Mita perché nell’indagine erano coinvolti personaggi del calibro di Antonio Gava, potente ministro dell’Interno, il suo predecessore Vincenzo Scotti, e una folta schiera di notabili della Dc.

“La prima sentenza, nella quale è stata confermata l’ipotesi di una trattativa tra Stato e la delinquenza organizzata, è passata in giudicato in Italia. Per il sequestro di Cirillo si è aggiunta l’unicità che in questa trattativa è intervenuta anche la più grossa organizzazione terroristica dell’epoca. Quindi – aggiunge Alemi – lo Stato ha trattato con le Brigate Rosse servendosi come intermediario di Raffaele Cutolo, il più grosso camorrista dell’epoca”.

Il suo libro è legato anche al presente, un presente in cui la forza dello Stato sembra poggiare su basi poco solide, come ad esempio il caso Cucchi. “Nell’epoca che racconto – conclude Alemi – lo Stato è stato ancora più assente. Non è che non ha fatto le indagini, ha occultato le indagini, ha fatto sparire le prove. Il momento attuale non è migliore ma nemmeno peggiore. Non è cambiato niente”.