Sviluppo: tanti medici al capezzale

by 19 febbraio 2005

Costantino Capone (presidente Unioncamere), Silvio Sarno (presidente dell’Unione Industriali), Pietro Foglia (presidente Asi), Sandro Usai (presidente Federazione Italiana Consorzi Enti Industriali) Liliana Baculo (ordinario Economia e Sviluppo dell’Università Federico II di Napoli), Giovanni Lettieri (Dell’Unione Industriali di Napoli), Giovanni Fantoni (presidente Gruppo Fantoni) Pietro Cerrito(segretario regionale Cisl Campania) Mariano D’Antonio (ordinario Economia dello Sviluppo dell’Università Roma III) il senatore Nicola Mancino – assente il leader Ciriaco De Mita – tutti al tavolo della sala dell’Ente Camerale avellinese per discutere… dell’Asi. Del suo sviluppo. Di come ripensarlo. De “La sfida dei Consorzi Industriali per un Mezzogiorno delle opportunità”. Affollata la sala convegni. Tra i presenti Ruggiero Cutillo, Tonino Festa, Enrico Ferrara, Mario Melchionna; Di Iorio; Antonio Carrino; Giuseppe Solimine, Palerio Abate; Luigi Mainolfi, Vincenzo Alaia, Giuseppe Di Milia e Emilio Ruggiero. Non manca l’ex presidente della Provincia Francesco Maselli. Ed ancora il segretario cittadino dei Ds, Gerardo Adiglietti, l’esponente della Quercia Enzo Violano, i sindaci Vincenzo Sirignano e Tommaso Saccardo. I lavori cominciano con il saluto del primo cittadino di Piazza del Popolo Pino Galasso e del presidente della Camera di Commercio di Avellino Costantino Capone. Atteso l’intervento del numero uno dell’ente di sviluppo industriale irpino. E’ Pietro Foglia a mettere in evidenza come dopo “tutti questi anni si è assistito alla nascita di una miriade di Enti che non forniscono chiare informazioni rispetto alle risorse utilizzate e tanto meno se ne conoscono i risultati”. E…intanto “si ripete lo stornello che l’Asi si deve sostituire. Se i consorzi di sviluppo industriale devono esistere è chiaro che intendiamo sapere come procedere, incontrando sindacati, associazioni… Dobbiamo vedere qual è il contributo che possono dare. Non abbiamo la possibilità di sostituirci ad un credito assente. Nel Mezzogiorno non esiste un istituto di credito. Di questo devono farsi carico il Governo e le Regioni. Siamo andati avanti non avendo alle spalle alcuno sviluppo, convinti che il nostro paese non avesse bisogno delle grandi industrie. Oggi c’è il ripensamento: l’industria, anche piccola, ha bisogno di stare sul mercato con costi sopportabili. Lo sviluppo del Sud non può passare per il localismo, per le risorse endogene. Ha bisogno anche di quelle esogene. Se questo è il quadro, l’Asi potrà servire le aree attrezzate e non solo. Dovremmo impegnarci per la creazione di un apparato unico per snellire la burocrazia; realizzare strutture per i giovani che intendano misurarsi con l’imprenditoria e non dispongono di mezzi; realizzare incubatori di ricerca; dare vita a strutture logistiche. Gli Enti non possono non farsene carico. Vorremmo che nella ristrutturazione dei Consorzi ci siano le Camere di Commercio, le Province ed i Comuni mettendo da parte sterili protagonismi. Di 74 piani di insediamento solo 4 o 5 sono funzionanti”. Da un quadro nazionale a quello regionale e locale alternato a constatazioni, perplessità e richiami affinché le Istituzioni sostengano l’Irpinia a vincere la sfida. Poi la presentazione del libro di Felice Ruggiero: “Aree di sviluppo industriale, sviluppo economico e Mezzogiorno”. Preciso l’intervento del segretario regionale della Cisl Pietro Cerrito il quale lancia una provocazione se non… ‘una constatazione’. “Può da solo l’Asi promuovere lo sviluppo del territorio? E’ complicato. I nuovi termini di attrazione sono diversi rispetto a dieci anni fa”. Pertanto non possiamo parlare di sviluppo senza un minimo di pianificazione”. “Potremmo vincere la sfida sviluppo solo con le istituzioni e il partenariato. Ritengo che gli imprenditori debbano essere coinvolti fino al collo nei consorzi. Non credo che gli sportelli unici possano creare sviluppo”. Un’analisi precisa che fa emergere la padronanza e la conoscenza approfondita del territorio campano e non solo. E’ la volta del prof. Mariano D’Antonio che aggiunge come la Campania sia una realtà policentrica: “Alcune zone sono più vitali (Avellino, Benevento, Salerno) rispetto ad altre (Napoli e Caserta)”. Il tutto per dire: puntiamo allo sviluppo non isolato ma sinergico. Sulla stessa scia il senatore Nicola Mancino: “Ci sono riflessioni forse troppo affrettate. E’ vero che da una parte abbiamo l’Europa e dall’altra le autonomie locali, ma è anche vero che su questo caso le forze politiche di maggioranza e minoranza tendono a reintrodurre l’interesse nazionale che si era perduto con la modifica del titolo quinto”. Il senatore pone l’accento sulla necessità di attuare l’articolo 119 della Costituzione altrimenti si correrà il rischio di assistere ad un ulteriore affievolimento di risorse. “Fino a quando non ci sarà una riforma autonomistica, correremo il rischio di rimanere prigionieri di una speranza che si affievolisce. Credo che i consorzi delle aree industriali abbiano avuto un loro ruolo e funzioni. Oggi dobbiamo vedere come organizzarli in relazione al territorio. L’esperienza di far calare dall’alto un piano economico si può raccontare come una delle fasi di insuccesso. Dobbiamo avere, invece, un buon programma calato sul territorio. Non vi può essere pianificazione se non si tiene conto di questo”. Ed ora la riflessione su una Regione, quella di Palazzo Santa Lucia “chiusa. Siamo chiusi al nostro interno. Per avere sviluppo locale abbiamo bisogno di strumenti operativi: Asi, meglio disciplinati con sindacati, province, comuni, imprenditori dentro; più vicini alla Regione, altrimenti il consorzio finisce con l’essere una struttura burocratizzata. Se la Regione sa programmare, potremmo trarne utilità. Le aree industriali non sono mai abbastanza, anche l’Irpinia ha subìto decurtazioni”.


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