Solofra – La crisi conciaria: il mercato orientale detta legge

11 giugno 2005

Solofra – Continua la chiusura degli opifici conciari del polo solofrano visto che il mercato orientale detta legge sia su quello americano che europeo. Dunque operatori conciari quasi rassegnati di fronte a questo predominio cinese. Parecchi economisti dicono che si è stati troppi superficiali e che i giocattolini che vendevano per le strade fanno parte del passato, ora vi sono grosse ditte nella terra del Sol Levante. Ciò grazie ad una forza di volontà per il lavoro che forse non è del tutto presente nell’operaio occidentale. Scherzando si dice che l’operaio cinese dorma con una brandina vicino al macchinario e di riposare poco. Sarà pure una battuta ma la verità è che loro percepiscono un salario minimo, non hanno sicurezza sul lavoro, vivono in condizioni disagiate ma stranamente l’ assenza di garanzie sociali fanno forte la Cina. Ditte occidentali, anni addietro, si sono spostate in Cina perché la manodopera costava poca ed era quello il periodo del capitalismo. Non ci si accorgeva che imparavano facilmente il prodotto che lavoravano, che venivano in occidente a visitare fabbriche e a notare le nuove tecniche di lavoro. Sono venuti a Solofra negli anni settanta e le loro visite si sono fatte più frequenti negli ultimi dieci anni, sono nati gemellaggi con paesi cinesi, “senza notare che si portava il nemico in casa” come usano dire i conciatori oggi. “Una conceria non deve inquinare le acque – sottolinea un conciatore – deve osservare l’ abbattimento dei fiumi ed altre regole per la salvaguardia dell’ ambiente: in Cina tutto questo non esiste: il governo del Sol Levante pensa solo a produrre ed esportare in tutto il mondo, cosa che sta facendo con successo mentre noi restiamo a guardare incapaci di fermare la loro avanzata”. Esportano calzature, tessuti ed altro tutto a basso costo trovando acquirenti facilmente, mentre gli stessi prodotti essendo più costosi, e migliori di qualità, trovano difficilmente sbocco sul mercato mondiale. E’ il caso della pelle solofrana. Naturalmente sul mercato costa più di quella cinese che come prodotto risulta qualitativamente scarso. “ Non si possono battere i cinesi – fanno notare dei conciatori locali – sui salari ma sulla qualità e velocità di produzione sì. Sul mercato cinese presentiamo pelli colorate, loro a questo tipo di tecnologia non sono ancora arrivati, ma troviamo poco sbocco per via dei dazi che cambiano nelle varie regioni”. Allora per il polo conciario solofrano è finita? “No – fa sapere un conciatore – i cinesi attuano una concorrenza a basso costo con regole sleali per il mercato mondiale. Basta spostare la nostra produzione nei paesi africani, dove già qualcuno è sul posto, e fare lì la concia mentre da noi solo la parte finale della lavorazione, eliminando cosi anche le spese depurative richieste dalla Co.Di.So. o dalla nuova società, certamente avremo concerie con un massimo di 15 operai ma possiamo presentare il nostro prodotto su vari mercati mondiali tra cui quello cinese con un costo minore rendendoci concorrenziali con loro. Solo cosi li contrasteremo, ma non solo per il settore della pelle pure in altri, tipo calzatura e nel campo tessile”.