Solofra – Inquinamento fiume Sarno: la storia infinita

22 luglio 2006

Solofra – “Pensavo di trovare un fiume sporco, ma mai mi sarei aspettato uno spettacolo così inquietante”. Questo fu il commento del Ministro all’Ambiente Edo Ronchi quando, nell’agosto del 1996, vide per la prima volta il fiume Sarno, già allora definito ‘killer’ per l’alto tasso di inquinamento e soprattutto per le ripercussioni sul territorio circostante. Il corso d’acqua sfocia nel golfo napoletano ma solo dopo aver accolto scarichi agricoli ed industriali privi di un trattamento depurativo. E le cause di tale stato di degrado andrebbero rinvenute nello sviluppo delle industrie conserviere, conciarie e metalmeccaniche che attraverso i propri scarichi contribuiscono in maniera determinante a mettere in ginocchio la fauna acquifera del Sarno. Non solo. Anche l’agricoltura, con i suoi fertilizzanti e pesticidi, contribuisce ad inquinare. A ciò si aggiunge l’immissione dei torrenti Cavajola e Solofrana che, secondo le associazioni ambientaliste, alimenta il tasso di inquinamento del Sarno. Inizialmente, vale a dire negli anni ’70, si pensò di correre ai ripari attraverso il progetto PS3 senza, tuttavia, ottenere i risultati sperati. Successivamente – siamo nel 2000 – Ronchi ripropose la costruzione di quattro depuratori. Impianti da realizzare dove il fiume era già dotato di strutture depurative collocate all’altezza di Solofra e Mercato San Severino. Non solo. I reflui conciari di via Carpisani, di natura chimica, tramite collettori finivano in quello biologico delle frazioni Costa e S. Vincenzo mentre i fanghi derivanti dal trattamento delle acque reflue conciarie venivano smaltite in apposite discariche regionali. Nel maggio del ’76 entrò in vigore la legge Merli contro l’inquinamento delle acque, e Solofra nell’aprile del ’78, grazie alla Filcea-Cgil trattò il problema con l’allora amministrazione comunale capeggiata dal sindaco Antonio Guarino. La soluzione prospettata, che trovò accordo unanime, fu quella relativa alla costruzione del depuratore centralizzato da parte della Casmez. Nell’attesa però gli opifici avevano l’onere di fornirsi di grigliaggio, vasche di sedimentazione e altra fase di pre-trattamento dei reflui conciari. Naturalmente il torrente della Solofrana cambiò connotati. Tutto a causa delle nuove tecnologie: i prodotti utilizzati per la concia, infatti, risultarono ulteriormente dannosi a differenza di quelli vegetali, utilizzati in precedenza. Nel Sarno, inoltre, venivano immessi anche reflui rossi provenienti dalle industrie conserviere dell’agro – nocerino – sarnese. Nonostante ciò, ancora una volta l’indice degli ambientalisti fu puntato contro la città conciaria che, tuttavia, già nel 1986 si era attrezzata di un depuratore in attesa di quello biologico di Mercato San Severino. Un fattore, questo che creò non pochi problemi al polo conciario. Il depuratore solofrano del Codiso, infatti, fu più volte oggetto di sequestri e dissequestri da parte dei magistrati in quanto non garantiva l’osservanza delle norme previste dalla legge Merli. Una vicenda coronata dal susseguirsi di vari Commissari Straordinari per il disinquinamento del fiume Sarno. I reflui del polo conciario dal 1999 non vennero più immessi nella Solofrana perché entrò finalmente in funzione il biologico di Mercato San Severino. Un insieme di interventi che avrebbe dovuto scongiurare o quantomeno arginare le notevoli fonti di inquinamento esistenti. Tuttavia, mentre Solofra si era attrezzata per ovviare il problema, non allo stesso modo fu fatto dagli altri comuni interessati alla scottante questione. In alcun altro luogo, infatti, era possibile rinvenire un altro depuratore. Il 2003, poi, è l’anno dell’arrivo del Commissario Delegato Roberto Jucci, intenzionato a portare a termine gli interventi previsti per il superamento dell’emergenza. Parte da Solofra mettendo alle strette un polo già in crisi ma che, nonostante tutto, si adegua alle richieste del Commissario. Concomitante a questo è inoltre la nascita della questione Ato. Solofra prima si vede immessa nell’Ato 3, quello vesuviano, poi lotta per far parte dell’Ato 1 Calore Irpino. Una questione che divenne oggetto dell’interesse di una commissione senatoriale di cui faceva parte il diessino Angelo Flammia. Dalle analisi dell’organo governativo venne fuori un dossier di duecento pagine che anche allora colpevolizzò Solofra. Oggi con la crisi persistente e la conseguente chiusura di molte aziende, l’interrogativo sorge spontaneo: erano davvero gli opifici ad inquinare il fiume Sarno? (dg)