FOTO/ “Rotolando verso Sud”, da Santa Maria di Siponto a Monte Sant’Angelo

FOTO/ “Rotolando verso Sud”, da Santa Maria di Siponto a Monte Sant’Angelo

15 aprile 2017

Di Gustavo Adolfo Nobile Mattei.

Terza puntata di “Rotolando verso Sud“, la rubrica che settimanalmente ci conduce in meravigliosi e, spesso, misconosciuti luoghi delle nostre terre. Il percorso di questa tappa ci porterà da Santa Maria di Siponto a Monte Sant’Angelo.

“Sette chilometri precisi separano l’abbazia di San Leonardo, dove s’erano arrestati i nostri passi, da Santa Maria di Siponto. Stessa pietra dura e rosacea, stessi secoli. Sì, l’impronta romanica è quella. Ma c’è qualcosa di impalpabile che differenzia i due edifici. San Leonardo, immersa nell’oscurità, seduce per il suo mistero. Cammini al suo interno e sospetti che qualcuno si nasconda dietro le pesanti colonne. Spettri di crociati e pellegrini s’addensano tra le sue ombre. Santa Maria è l’opposto. La luce si diffonde fra le sue mura ed è uno strano intreccio tra razionalismo geometrico (la chiesa ha una pianta miracolosamente quadrata) ed archi a sesto acuto. Eredità gotica o suggestioni d’Oriente? Fuori, il perimetro è scandito da rombi ed eleganti colonnine. Questo cubo bianco, senza spioventi, potrebbe essere tranquillamente in Palestina, o in Etiopia. Ma è qui, a Siponto, frazione di Manfredonia. Una folla di macchine lussuose parcheggiate sul piazzale.

La chiesa ha un sacrestano-buttafuori che ci inibisce l’ingresso. Troppi turisti dentro? Macché: c’è un matrimonio pugliese in atto. Alziamo le mani: siamo troppo sciatti e sudati per competere con gli invitati, che brillano di abiti lucidi e capelli gelatinati. Dobbiamo passare mezz’ora sotto il sole di mezzogiorno e così cominciamo a ronzare intorno al quadrato. Una scaletta poco visibile e siamo già nella umidissima cripta, ad osservare sepolcri ed icone. Accanto alla chiesa, i resti di un’immensa basilica paleocristiana, di cui sopravvivono superbi mosaici. E oggi, 900.000 euro sono stati spesi per una discutibile, avveniristica illusione: una rete metallica alta 14 metri riproduce le linee dell’antica struttura. La luce fa il resto, ed ecco che la basilica perduta rinasce come un ologramma. Hollywood è sbarcata sulle coste adriatiche: è l’archeo-business, bellezza! Se funziona, ben venga. A noi piacciono le pietre vecchie.

Rimettiamoci in marcia. Anzi, in retromarcia. Maledetta retromarcia e maledetto parcheggio affollato. “Piccola” botta ad un “brillante” invitato, che però è lontano a scattare selfies. Che sarà mai? Meglio ripartire immediatamente, e così sia. Superata l’area industriale di Manfredonia, eccoci alle pendici dello Sperone d’Italia. No, non ce lo aspettavamo così ripido, sassoso, così terribilmente greco. Ecco, il Gargano è un pezzo di Grecia approdato oltremare. Greco il suo nome (“monte di pietra”), greco il paesaggio. Vacche pericolosamente in bilico sui costoni di montagna, sfidano l’equilibrio e continuano a pascolare tranquille. Giri tortuosi di tornanti infiniti. Pura goduria per chi tiene in mano il volante, dannazione per i passeggeri dallo stomaco delicato. E poi, all’improvviso, una vista pazzesca: la strada ci ha portato in alto, e sotto di noi una distesa infinita. Ettari ed ettari di olivi che degradano fino al mare. C’è un aggettivo per la tonalità di quel blu che si perde nel cielo? Lì sotto il porto di Mattinatella, le scogliere, le spiagge di Mattinata. Poi ci saranno Vieste, Peschici e così via. Una deviazione ci starebbe tutta: ma l’Arcangelo, implacabile, ci richiama al dovere.

Tornanti, e ancora tornanti. Un cartello ci indica un minuscolo rifugio per viandanti, scavato nella roccia. Due ambienti piccolissimi, stanno lì da secoli. Altri tornanti. Monte Sant’Angelo compare, bellissima, dal nulla. Potrebbe essere Santorini, con le sue case bianche di calce e i suoi vicoli stretti. Assecondano la scoscesa della montagna. 796 metri a picco sull’Adriatico: un paradiso vista mare, sospeso tra la terra ed il cielo. Rione Junno è pura magia mediterranea, profumo di sugo al pomodoro fresco e di basilico. Matrone di nero vestite all’uscio dei bassi. Fragranza di pane caldo, appena sfornato, che si diffonde per le stradine basolate. È qui che capisci quanto sia folle il ritmo frenetico della pianura.

Costeggiamo il Castello, una tra le mille residenze di quel genio maledetto di nome Federico II. Celle anguste, dove furono rinchiuse nobili principesse. Vista mozzafiato dai bastioni. Di là, la Foresta Umbra. Seguiamo un fiume di gente, vivace ma stranamente composta e non chiassosa. Vanno verso la meta. Visto da fuori, il Santuario micaelico (patrimonio dell’umanità dal 2011) pare poca cosa. Certo, il campanile ottagonale è spettacolare: ricorda la numerologia di Castel del Monte. Ma la chiesa non sembra all’altezza della fama che ha. Generazioni di Bizantini, Longobardi, Normanni, Popoli del Nord e Popoli del Mare solcavano l’ardito cammino solo per questo?

Ottantasei gradini. Tanti se ne devono fare per capire cos’è, davvero, il Santuario di San Michele. Ottantasei gradini: non da salire, ma da scendere. È un’iniziazione, che ti prepara l’anima alla Grotta delle apparizioni. Lentamente, capisci che stai scendendo nel ventre della terra. Che la pietra che ti circonda trasuda millecinquecento anni di Storia. Che qui sono venuti re, papi, santi. Che giunto alle porte della caverna, San Francesco si prostrò sentendosi indegno di proseguire. “Terribilis est locus iste” ammonisce l’epigrafe. Fa un certo effetto, ci coinvolge.

La nostra curiosità (e presunzione) ci spinge a non fermarci alla soglia, come Francesco. Ovunque si respira un’aria profonda di religiosità e di suggestione. Difficile trovare un posto così: il sacro si è impregnato sulle rocce, l’oscurità della grotta fa il resto. Frotte di pellegrini, ma non c’è il caos moderno di San Giovanni Rotondo. Soprattutto, non c’è l’oro ostentato di San Giovanni Rotondo. Padre Pio ce lo consenta, ma siamo convinti che gli hanno costruito addosso un santuario-kitsch che nemmeno lui, francescano, gradirebbe. Quant’è distante la grotta dell’Arcangelo dall’astronave di Renzo Piano? Pochi chilometri, in linea d’aria. Ma il paragone non regge: padre Pio ce lo consenta.

Chi capita qui di Venerdì santo, potrà vedere cosa significa una processione a Monte Sant’Angelo. Che è un pezzo di Grecia, ma anche di Spagna. Donne velate a lutto, come se il morto che fosse loro figlio. Confraternite. Incappucciati. La banda che suona il requiem. Tutto il paese per strada.

È giunta l’ora di rimettersi in cammino, non prima di aver dato un’occhiata alla straordinaria Tomba di Rotari e di aver assaggiato il dolce più tipico: ostie ripiene di mandorle tostate, caramellate con zucchero e miele. Ci aspetta l’ultima tappa. Quasi dieci chilometri di strada saldamente presidiata da mucche. Non intendono mollare un metro: hai voglia di strombazzare. La strada finisce con un cancello. Bussiamo, ed eccoci all’Abbazia di Pulsano. A strapiombo su una gola profondissima, domina il Golfo di Manfredonia. Qui regna il silenzio, interrotto dal belato lontano di qualche capra. È un’abbazia cattolica di rito greco. I monaci, con le loro tuniche nere e le barbe incolte, sono schivi e difficilmente danno confidenza. Dipingono icone raffinate e celebrano secondo ancestrali riti ortodossi. Anche qui, la Chiesa è scavata nella montagna. Si vede che l’Arcangelo guerriero predilige le grotte.