FOTO/ Rotolando verso Sud, Rocchetta la poetica: metafisica del silenzio

FOTO/ Rotolando verso Sud, Rocchetta la poetica: metafisica del silenzio

29 aprile 2017

Di Gustavo Adolfo Nobile Mattei.

Nuovo appuntamento con Rotolando verso Sud, la rubrica che ci conduce nei luoghi più caratteristici del nostro territorio. Stavolta si parla, in particolare, dell’Avellino-Rocchetta…

Superata Calitri, la valle dell’Ofanto si fa più fa angusta. Lo scroscio del fiume è più intenso, le rocce più aspre: siamo qui, scivolando lungo una sottile linea di confine. A sinistra, l’Ofanto lambisce le ultime propaggini dell’Irpinia. A destra, la boscosa e selvaggia Lucania. Procediamo in direzione est: pochi chilometri e sarà già Puglia, coi suoi campi di grano assolati. Terra di tutti e terra di nessuno, questa stretta gola verdeggiante. Terra di lupi – il latino hirpus ed il greco λύκος sono sinonimi! – e di sparvieri. Qui imperversava Carmine Crocco, figlio ribelle del Vulture: brigante e pastore, capeggiò la reazione borbonica all’indomani dell’annessione. Sembra di sentire l’eco del suo fucile, ma è solo lo schioppo di un cacciatore lontano. Le sue scorribande da Lagopesole a Conza, da Melfi a Monteverde son diventate leggenda, grazie alle note di Bennato e a una pellicola di Squitieri. La Malaunità, gli eccidi, la legge marziale: quando faremo i conti con la memoria? La Storia contemporanea – si sa – la scrivono i vincitori. Poi, viene la moda degli sconfitti. Nel mezzo, una verità che dev’essere ancora capita.

Siamo alle falde del Vulcano spento, quello delle acque minerali e dei laghi gemelli. Qualche minuto, ed eccoci a Ponte San Venere, un bivio nel nulla. Stazione di Rocchetta-Lacedonia, ovvero ciò che si definisce una cattedrale nel deserto delle stoppie. Edificio imponente, i capannoni, una sala d’aspetto dove nessuno si ferma da decenni. Un sogno ottocentesco chiamato progresso. Poi, l’abbandono. La linea Avellino-Rocchetta, la mitica ferrovia voluta da Francesco de Sanctis, caduta miseramente in disuso. Oggi, c’è chi vorrebbe trasformarla in una linea turistica, per valorizzare l’Alta Irpinia. Per lo Sponz Fest, Vinicio Capossela ha riproposto viaggi in carrozze d’annata, tra musica e poesia. Belle iniziative, ma badiamo al sodo. Ci vien da pensare che il futuro riserverà ben poche soddisfazioni, se tutte le stazioni sono così isolate come questa. Lo scalo dista 13,5 km da Rocchetta e 19,5 da Lacedonia. Un viaggio. È francamente un eufemismo dire che questa è la stazione di qualcosa o di qualcuno. Piuttosto è un enigma. Un monumento al nulla. Entriamo, perché il nulla ci affascina e questo nulla ci parla di un tempo lontano. Si credeva di portare sviluppo, e invece si deportarono generazioni di emigranti verso terre lontane.

“Chi siete!?”. La voce di un vecchio ci fa prendere un colpo. Non ci aspettavamo di trovare nessuno, in questa polverosa stazione. “Siamo visitatori in cerca di informazioni. Piuttosto, chi siete voi?”. “Eh, io sono il capostazione. Capo di me stesso, perché qui dentro ci sono solo io da parecchi anni. E mia moglie, col cane. Quando ho cominciato era diverso, eravamo in parecchi. Treni per Foggia, per Avellino, per Potenza. Adesso, solo qualche vagone-merci ogni tanto. Quando morirò io finirà tutto. Stanno aspettando che muoio io…poi levaranno tutto di mezzo”. Scoppiamo a ridere, ma c’è una profonda amarezza nell’ironia del ferroviere. L’orologio sulla parete è fermo da tempo e, forse, le sue lancette non scatteranno più. “Le volevamo chiedere…ma per Rocchetta che strada ci conviene? Abbiamo visto l’indicazione, ma poco dopo un cartello dice strada interrotta”. “Il cartello? Ma che! Andate andate…è una passeggiata! Dieci minuti e state a Rocchetta. Stateme a sente”.

Non lo avessimo mai ascoltato. Si chiama Statale 303, ma è una voragine. Buche profonde, frane continue. Era una gita tranquilla con la macchina appena acquistata; è diventata una prova del fuoco. Le ruote alzano un polverone: l’asfalto che non esiste, è disciolto in brecciolina. “Eh che sarà mai! Tra poco la strada s’acconza!”. Questo dice Andrea, il mio navigatore, ostentando self-control. Dietro, due su tre dormono beatamente, mentre io maledico il capostazione ed il momento in cui ho violato il divieto di transito. Più si va avanti, più la strada è una catastrofe. “S’acconza, s’acconza…”. Ma non s’acconza mai. In compenso, lo scenario è pazzesco. La strada sale lentamente, curva dopo curva. Case? Nessuna. Colline bionde di grano, pronte per la mietitura. Qualche albero punteggia il paesaggio, qua e là. Più ci innalziamo, più riusciamo a scoprire le cime di Monticchio, il Tavoliere lontano, la vetta aguzza di Monteverde. Noi, in mezzo a tutto questo, in un lembo di terra che fino al 1939 era l’ultimo baluardo della Provincia di Avellino, ed oggi è il primo avamposto di Foggia.

Dieci minuti? Mi sa che il ferroviere non sale a Rocchetta dal ’39! Dopo tre quarti d’ora, a ritmo di 20 km orari, finalmente si scorgono le prime case. Un cartello ci accoglie (ci mancava solo che non fossimo i benvenuti…dopo tutta questa strada!). “Rocchetta la poetica”. Così la chiamò de Sanctis, nel suo memorabile Viaggio elettorale, mentre era a caccia di voti per diventare deputato. Correva l’anno 1875: Rocchetta era ancora irpina, e riservava al critico letterario una calda ospitalità. Ancora oggi Rocchetta è poetica. Te ne accorgi quando arrivi sul Corso, ed una scalinata s’inerpica sulla collina. Pietra su pietra, Rocchetta è un dedalo di viuzze concentriche. Case bianche che sanno di Puglia. Ma il dialetto non mente: è il nostro. Secoli di appartenenza non si cancellano da un giorno all’altro. Vecchie sull’uscio, luci accese nei bassi. Il sugo ribolle. La maestosa chiesa dell’Assunzione, gioiello barocco che domina uno skyline inconfondibile. La Torre dell’Orologio. La cima della collina, con l’inespugnabile Castello d’Aquino e le sue mura severe, di tufo ingiallito. Dall’alto, con le sue tre torri, ha la forma di una freccia: un dardo scagliato nella profondità della Daunia. La torre ovest è un portento, sembra la prua di una nave. Il resto galleggia sospeso nel vuoto, aggrappato miracolosamente alla roccia. Giri l’angolo, ed ecco i ruderi del più antico Castello Sant’Antimo, conteso da Longobardi e Bizantini. C’è una strana sensazione di pace, quassù. Qualcosa di metafisico. Pochi passi, ed eccoci sul belvedere, a contemplare il tramonto più intenso che ricordi. Le parole si strozzano in gola: non ci resta che l’attesa, mentre un sole rosso fuoco si spegne sulla rocca di Sant’Agata, adagiata sulla collina di fronte.

Si fa buio, e i vicoli di Rocchetta si riempiono di magia. Malinconia della solitudine, ebbrezza di antico. De Sanctis, vecchia volpe, avevi ragione! Rocchetta è poetica. Stanchi, concludiamo a tavola una giornata memorabile. Pizza margherita con caciocavallo podolico, specialità della zona. Ah, Rocchetta…perché ci hai lasciati?