Le storie degli emigranti di Avellino dietro il primo albero di Natale al Rockefeller Center di New York

Le storie degli emigranti di Avellino dietro il primo albero di Natale al Rockefeller Center di New York

by 1 dicembre 2016

E’ probabilmente l’albero di Natale più famoso al mondo quello del Rockefeller Center di New York.

Immancabile, anche quest’anno si è tenuta a New York la cerimonia di accensione del Rockefeller Center Christmas Tree, l’albero di Natale della Grande Mela, evento al quale negli anni passati hanno partecipato numerosi ospiti illustri, tra cui Michael Bublé, Sting, Mary J. Blige, James Taylor, Andrea Bocelli.

Al sindaco di New York, Bill de Blasio (originario della provincia di Benevento), l’onore e il compito di dare vita alle migliaia di led e luci che ornano il maestoso albero.

La tradizione di allestire un albero nel centro della piazza sembra risalire addirittura al 1931, quando alcuni operai allestirono un rudimentale albero nel cantiere di quello che poi sarebbe diventato il Rockefeller Center.

La maggior parte di quei lavoratori erano emigrati italiani, molti dei quali partiti dalla Campania e dalla provincia di Avellino in cerca di fortune nel nuovo mondo.

Questa, almeno, è la storia raccontata qualche giorno fa dal The New York Times.

Il celebre quotidiano newyorkese ha narrato delle vicissitudini di quanti, nei primi anni del ‘900, erano impegnati nella costruzione di quella che poi sarebbe divenuta una delle agorà più famose al mondo.

Era la vigilia di Natale del 1931, il giorno di paga per tanti emigrati italiani che a New York erano alle prese con le attività del cantiere di Midtown Manhattan.

Qualcuno pensò di ornare un piccolo albero con i resti delle attività di lavorazione del cantiere. Lacci, corde, gli involucri in carta stagnola dei detonatori che servivano a sbancare l’area: furono i primi decori dell’albero che negli anni è diventato poi il simbolo del Natale a New York.

Nel corso dei decenni a venire si è quasi persa la storia delle origini di quell’albero e con esso, i nomi e i volti degli uomini che lavorarono per la costruzione del Rockefeller Center, la maggior parte dei quali erano immigrati italiani giunti nel periodo della grande Depressione in America.

L’emigrazione colpì la comunità irpina, come gran parte degli italiani e non soltanto delle regioni meridionali, all’indomani dell’unificazione nazionale e si sviluppò nella prima metà del Novecento tanto che fin dal 1901, allo scopo di regolare i flussi e di fornire tutela agli emigrati, venne creato il Commissariato generale dell’emigrazione.

Proprio Avellino fu una delle province che diede il maggior numero di emigranti diretti nel nuovo mondo, allora visto come il paese della democrazia e del benessere.

In tanti riuscirono a raccogliere i risparmi di una vita per pagare il biglietto di terza classe della nave che, dopo settimane di duro viaggio, avrebbe consegnato loro il sogno della terra promessa.

I bastimenti partirono dai porti di Napoli, ma anche da Palermo e Genova. Dopo un viaggio pieno di disagi, ammassati sui ponti o nelle stive delle navi, gli emigrati di Avellino giunsero nella bellissima baia naturale in cui è situato il porto di New York, dove campeggia la Statua della Libertà.

Furono decine le famiglie irpine che provarono la triste esperienza dell’esodo dalla propria terra per affrontare le difficoltà della vita in una terra straniera.

Alcune di queste avventure verso l’ignoto oggi sono diventate storie di successo (sono tanti gli irpini che hanno fatto fortuna negli States), altre si sono perse nel fiume, in larga parte anonimo, di emigranti tornati a casa con poco più di quando sono partiti dall’Irpinia.

Ma l’Irpinia che è emigrata racconta ancora oggi, in America del Nord come in Sud America e nelle altre nazioni del vecchio continente, di capacità e valori che dovrebbero far riflettere coloro non riescono (ma nemmeno ci provano) a puntare sulla propria terra e sulle eccellenze che hanno reso grande in ogni parte del globo la provincia irpina.

foto tratta da www.nytimes.com