Operazione ‘Rewind’, condanne per 60 anni ai Graziano

25 novembre 2010

Avellino – Dopo 11 ore di Camera di Consiglio la corte d’assise del Tribunale di Avellino ha emesso le sentenze per 9 dei 13 imputati del clan Graziano finiti alla sbarra nell’ambito dell’operazione dei carabinieri denominata ‘Rewind’. I giudici accogliendo parzialmente le richieste del pm della Dda Francesco Soviero, hanno condannato Salvatore Graziano a 17 anni; 12 anni a Fiore Graziano, 11 anni a Arturo Graziano e Antonio Donnarumma, 6 anni a Biagio Fusco e 3 anni a Nicola Allegretti. Quattro, invece, le assoluzioni (Felice e Massimo Graziano e Patrizio e Augusto Donnarumma).

L’operazione nei confronti del sodalizio camorristico di Quindici, a seguito di anni di indagini e anche sulla scorta delle dichiarazioni del boss pentito Felice Graziano, scattò all’alba del 5 maggio del 2008 e si concluse giorni dopo con 25 ordinanze di arresto, delle quali cinque notificate in carcere. Fu così inferto un duro colpo al clan Graziano. L’operazione vide impegnati oltre 300 uomini dell’Arma dei Carabinieri, un elicottero e varie unità cinofile. L’inchiesta è coordinata dalla Pm della Dda di Napoli Maria Antonietta Troncone e condotta dai militari del nucleo investigativo provinciale dei carabinieri di Avellino.

Nel corso dell’attività investigativa, furono accertate ben 9, fra estorsioni e tentate estorsioni, prevalentemente in danno di imprenditori operanti nel settore edile. Le imprese destinatarie di estorsioni venivano prevalentemente individuate fra quelle impegnate in grandi cantieri siti nel Vallo di Lauro ed in altri comuni dell’agro sarnese, a volte operanti anche per conto di amministrazioni pubbliche. Le somme richieste giungevano il più delle volte anche a cifre pari a 200mila euro. Proprio le ingenti somme di denaro richieste e quindi l’impossibilità di poter sostenere tali perdite, avevano portato spesso gli imprenditori a tentare ‘mediazioni’ per ottenere uno ‘sconto’, consapevoli di aver a che fare con soggetti criminali di elevato spessore e per questo molto pericolosi.
Nei casi in cui non era sufficiente far rilevare la loro appartenenza a gruppi criminali organizzati, i malviventi non esitavano a fermare le vittime per strada, minacciandole con le armi, ingenerando il concreto timore di ripercussioni anche nei confronti dei loro stessi familiari.


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