Offendere il dipendente è reato. La Cassazione: Il capo abbia stile

25 luglio 2008

‘Basta subire offese dal padrone’. Non è il nuovo slogan del movimento operaio ma quanto emerge dalla condanna della Quinta Sezione Penale della Cassazione nei confronti di un dirigente catanese colpevole di ingiuria nei confronti di una sua dipendente. Dalla ricostruzione dei fatti risulta che l’uomo, responsabile di una società del catanese, abbia apostrofato la dipendente in questo modo: “non capisci un c…”. Da qui la causa, intentata dalla lavoratrice, che ha visto nel rigetto della Cassazione del ricorso presentato dal dirigente l’ultimo passaggio in ordine di tempo. In precedenza la Corte d’Appello di Catania aveva confermato infatti le sole ‘statuizioni civili’, condannando il manager ad un risarcimento ma dovendo registrare al contempo la prescrizione per l’ipotesi di reato penale a suo carico. Questo in sintesi il principio adottato dalla Cassazione: più alta è la carica che si ricopre, maggiore è la necessità di mantenere la calma e il contegno nelle relazioni, anche se sotto pressioni o provocazioni. E a nulla è valso, in questo senso, il tentativo di difesa dei legali del dirigente costruito con il ricorso e basato sulla riconducibilità dell’espressione, in ogni caso colorita, ad un uso ormai largamente diffuso. “Ricorso tendente ad una rivalutazione della effettiva potenzialità offensiva della frase”: la motivazione del rigetto.
Insomma, la configurazione dell’ipotesi di reato per ingiuria a carico del capo che tratta a ‘pesci in faccia’ il dipendente appare come una vera e propria rivincita del lavoratore. Un contentino, probabilmente, per una categoria ormai da alcuni lustri tartassata dalla crisi economica e dalle riforme mai pienamente convincenti, che se non risolve tutti i problemi almeno potrebbe aiutare a salvaguardare la dignità. Condizionale d’obbligo, a prescindere dalle effettive evoluzioni in merito, perchè in Italia si sa, tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare…