Natale in Irpinia, tra tradizioni e modernità: sì all’Albero se sintetico

Natale in Irpinia, tra tradizioni e modernità: sì all’Albero se sintetico

8 dicembre 2017

Renato Spiniello – Con l’Immacolata, giornata in cui tradizionalmente le famiglie dello Stivale addobbano i propri pini ed abeti con luci e fiocchi in perfetta atmosfera natalizia, scatta l’ufficialmente il periodo natalizio. Anche la città di Avellino ha avuto puntualmente il proprio albero di Natale, con tanto di cestisti della Scandone a presenziare al click-day.

Le famiglie campane, tuttavia, secondo i dati Instat, all’albero naturale preferiscono di gran lunga il vecchio sintetico, chiuso appositamente in un grosso scatolone l’inverno passato, mentre il 10% di esse rinuncerà del tutto all’albero, limitandosi a qualche candela rigorosamente di color rosso.

La spesa media degli italiani relativa all’acquisto dell’albero vero è stimata da Coldiretti/Ixe’ in 32 euro, anche se gli abeti più piccoli che non superano il metro e mezzo sono venduti a prezzi stabili e variabili tra i 15 e i 60 euro a seconda della misura, della presenza delle radici ed eventualmente del vaso, mentre per le piante di taglia sino a due metri il prezzo sale anche a 90 euro e molto di più si paga per gli alberi di altezza superiore o di varietà particolari (fonte Coldiretti Campania).

Ma da dove nasce quest’antica usanza?

Le origini sono nordiche, e con nordiche si intente i paesi baltici: più precisamente Tallin, in Estonia, dove nel 1441 fu eretto un grande abete nella piazza del Municipio, attorno al quale giovani scapoli, uomini e donne, ballavano insieme alla ricerca dell’anima gemella. La tradizione è tuttavia ben più antica, già nel medioevo era usanza portare all’interno delle proprie abitazioni un ramo di “sempreverde” come gesto benaugurate. L’usanza si è diffusa a tal punto che oramai l’albero è diventato simbolo vero del Natale nel mondo e quindi anche in Irpinia.

Nelle nostre zone, come sempre, non ci sarà la sola presenza dell’albero, che ha trovato piena manifestazione nella struttura installata a piazza Libertà, ma anche dalle tantissime ritualità tipicamente avellinesi.

Il periodo natalizio parte da sempre l’8 dicembre: nelle case si prepara il presepe con pastori e muschio fresco, raccolto all’ombra dei castagneti. Con l’Immacolata comincia la Novena, che va dal 16 al 24 dicembre e fa parte della liturgia cattolica e con essa le processioni degli zampognari, ovvero i suonatori di zampogna, che percorrono le vie cittadine in abiti tipici suonando motivi natalizi tradizionali.

Massiccia anche la tradizione culinaria che, al Sud Italia, non può che essere varia ed abbondante. Tale tradizione trova la sua massima espressione nel pranzo della Vigilia e del giorno di Natale. Minestre, baccalà e la consueta caponata di Natale, a cui seguono noci, nocciole, mandorle e castagne. La sera si passa al pesce: vongole e capitone accompagnati dai dolci, come mostaccioli, roccocò e torroni. Il giorno del 25 immancabile lasagna con capretto e cappone e i bambini che recitano le poesie, preparate dalle maestre a scuola. Piatti che farebbero rabbrividire qualsiasi vegetariano o vegano. Dal Natale al cenone di San Silvestro, la sera a tavola si aspetta, tutti insieme, per brindare con lo spumante al nuovo anno. Nell’attesa i consueti legumi, mentre si gettano le cose vecchie, insieme a tutti i guai passati durante l’anno.

ceppone

Il tradizionale “ceppone”

Finita nel dimenticatoi invece l’antichissima tradizione del “ceppone” che ardeva sul fuoco aspettando la mezzanotte. In nome del consumismo ormai il Natale ha perso quel senso di riscoperta delle proprie tradizioni, ma alcune permangono, seppur modernizzate. Di sicuro il senso di questo periodo dell’anno è quello del vivere sociale, anche se il 25 probabilmente riceveremo più messaggi d’auguri sui relativi social network, dove è già partita la competizione per la migliore foto dell’albero di Natale, che di persona.

Alcuni riti siamo contenti di averli persi, forse perché troppo a discapito degli animali stessi, come quello del capitone e dell’anguilla, che andavano comprati vivi, messi in un minuscolo recipiente d’acqua e poi uccisi anche davanti ai bambini. Oggi si va al ristorante a mangiare menù fissi e probabilmente anche magri.

Infine non possiamo non citare la tradizione de “la ‘nferta”, tipicamente dell’Alta Irpinia, per cui i bambini chiedevano “un’offerta”, un regalo a parenti e amici. Ora se tutto va bene sono unicamente i nonni, quando questi ci sono, a fare da “Babbo Natale” ai più piccolini.

Il Natale sta prendendo una piega sempre più commerciale e industriale, ma a volte alcune tradizioni, se consone allo spirito d’aggregazione, è opportuno ricordarle e praticarle.


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