Massimo Ranieri al Gesualdo: quattro serate con “Nun è acqua”

by 23 febbraio 2005

Domani sera la “prima”: le repliche fino a domenica

Quattro serate con uno dei più noti artisti partenopei. Massimo Ranieri si dice “entusiasta e al tempo stesso emozionato” per i quattro spettacoli in calendario al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino. Primo appuntamento con la nuova edizione del concerto spettacolo di Ranieri tratto dall’ultimo lavoro discografico “Nun è acqua” è in programma domani sera, giovedì 24 febbraio, alle ore 21. Le repliche andranno in scena venerdì 25 e sabato 26 sempre alle ore 21 ed infine domenica 27 febbraio alle ore 18. E i quattro concerti hanno fatto registrare da settimane il tutto esaurito.
L’artista partenopeo sarà accompagnato da dieci ballerini ed otto musicisti.
La sua tourneè che ha visto tappe oltre i confini nazionali fino ad arrivare oltreoceano approdando nell’autunno del 2004 negli Stati Uniti d’America ed in Australia. Ranieri riproporrà i brani del disco realizzato con Mauro Pagani e Mauro Di Domenico dal titolo “Nun è acqua” ma ammalierà anche il pubblico con la sua voce profonda offrendo il meglio del suo repertorio di successi memorabili da “Rose rosse per te” a “Perdere l’amore”, canzone che gli valse la vittoria del Festival di Sanremo nel 1988.

SCHEDA TECNICA

Il recital consiste in un racconto in musica costruito con canzoni vecchie e nuove, in italiano ed in lingua partenopea, il tutto arricchito da un’ambientazione costituita da quadri teatrali e coreografici.
Massimo Ranieri è accompagnato da una band di prim’ordine.
Alla chitarra classica c’è il direttore musicale, Mauro Di Domenico; alla chitarra acustica e bouzuky, Giorgio Cordini; alla batteria, Ezio Zaccagnini; al basso e contrabbasso, Vittorio Sonsini; alle percussioni Arnaldo Vacca; alle tastiere e fisarmonica, Claudio Storniolo. La voce è quella di Badarà Seck.
Il balletto è invece composto da Francesca Sani, Natalia De Maria, Sandra Vahter, Sara Soldi, Alex La Rosa, Roberto D’Urso, Christian Ciccone, Emanuele Pironti.
La regia dello spettacolo è curata dallo stesso Massimo Ranieri.
Il disegno magistrale delle luce è affidato a Franco Ferrari.
Le coreografie sono di Franco Miseria. Giorgio de Bortoli è il maestro di tip tap.
Massimo Ranieri ha registrato lo scorso anni il record di presenze ai suoi concerti.
Sono stati infatti oltre 300.000 gli spettatori in 130 concerti sold out dell’artista partenopeo.
E’ un concentrato di ‘napoletanità’ questo nuovo disco di Massimo Ranieri, che prosegue il suo viaggio nelle viscere della canzone napoletana. Prodotto da Mauro Pagani, è un album lieve e ricco, dove la tradizione resta intatta ma gli arrangiamenti rinfrescano molte canzoni parte della memoria collettiva. Ciò che ne risulta è una raccolta – per così dire – etnica, cui sono stati invitati, tra i molti, Susana Baca e l’ex Tazenda Andrea Parodi, Mouna Amari (oud) e Paolo Jannacci (fisarmonica), Paolo Tomelleri (clarinetto) e l’Edodea Ensemble (archi).
C’è Napoli ma anche l’Oriente negli arrangiamenti di Pagani, e suoni stratificati che nulla tolgono all’essenza di ‘E ccerase’ o ‘Giacca Rossa’, di ‘Luna rossa’ o di ‘Io mammeta e tu’ e ‘o’ ccafè’

Biografia di Massimo Ranieri

Il suo vero nome è Giovanni Calone; nasce a Napoli il 3 maggio 1951 in una famiglia operaia, quarto di otto figli, nel popoloso e povero quartiere del Pallonetto di Santa Lucia.
Sin da bambino strillone e posteggiatore per guadagnarsi da vivere, viene notato dall’autore di canzoni Giovanni Polito mentre si esibisce in un ristorante, in virtù della sua bella voce; nel ’66 debutta in televisione nel varietà “Scala Reale”, presentando la celebre “L’amore è una cosa meravigliosa”.
L’anno dopo è primo nel girone B del Cantagiro eseguendo “Pietà per chi si ama”; nel ’68, a Sanremo, porta in finale il brano “Da bambino”; il 1969 è l’anno di “Rose rosse”, con cui vince la sezione principale del Cantagiro; nel ’70 trionfa infine a Canzonissima grazie a “Vent’anni”, ripetendo l’exploit un biennio più tardi con “Erba di casa mia”.
Nel frattempo, pure il cinema si accorge di lui: il regista Mauro Bolognini lo sceglie come protagonista per “Metello” (1970), che gli fa guadagnar il David di Donatello quale miglior attore. Seguono, tra i molti titoli, “Bubù” (1971), ancora con Bolognini; “La cugina” (1974) di Aldo Lado, bella riduzione del romanzo di Ercole Patti; il noir “Con la rabbia agli occhi” (1976) di A. M. Dawson, in coppia con Yul Brinner; il delizioso “La patata bollente” (1979), dove riveste con misura il ruolo d’un giovane omosessuale che s’innamora di un operaio comunista.
Interprete poliedrico e versatile, dismessi momentaneamente i panni di cantante si getta nel teatro: nel ’75, a Spoleto, esordisce sul palcoscenico in “Napoli: chi resta e chi parte” di Raffaele Viviani, sotto l’accorta regia di Giuseppe Patroni Griffi.
Nel 1978 recita ne “Il malato immaginario” di Molière e l’anno seguente ne “La dodicesima notte” di Shakespeare, entrambi firmati da Giorgio De Lullo; lavora dipoi con Strehler (“L’anima buona di Sezuan”, 1980; “L’isola degli schiavi”, 1994), Scaparro (“Barnum”, 1983; “Varietà”, 1985; “Pulcinella”, 1988), Garinei e Giovannini (un revival di “Rinaldo in campo”, nell’87).
Nel 1988 ritorna alla musica, vincendo il Festival di Sanremo con “Perdere l’amore”; l’anno successivo, presenta con Anna Oxa il varietà tv “Fantastico 10”.
Nel 2001 esce “Oggi o dimane”, incursione nel repertorio della tradizione musicale napoletana condotto assieme al grande arrangiatore Mauro Pagani, cui segue – sulle medesime piste – “Nun è acqua” (2003).
Dopo “Oggi o dimane”, il fortunato – e splendido – lavoro di Massimo Ranieri&Mauro Pagani incentrato sul patrimonio della classica canzone napoletana, era lecito pensare che codesta felice esperienza avrebbe avuto un seguito. Così è stato, infatti; la collaborazione tra l’interprete ed il musicista-arrangiatore ha appena figliato un secondo, scintillante capolavoro, “Nun è acqua” (Sony). Anche stavolta la materia è il repertorio della tradizione partenopea, ma l’influenza di Pagani pare più marcata: infatti, le atmosfere del disco fanno pensare al mitico “Creuza de Ma”, capo d’opera di Fabrizio De André del quale proprio il Pagani fu sodale indimenticato.
La scaletta propone qui 14 brani, tramite i quali vien percorso un secolo e più di storia musicale locale, da “Fenesta vascia” (1825) a “’O ccafè” (1957). L’album si apre con “’E ccerase”, singolare ed affascinante tentativo di musicare una poesia dal titolo omonimo – composta dal grande Salvatore Di Giacomo – sovrapponendo al testo originale un’antica canzone d’amore del Luristan (una provincia della Persia). Seguono una schidionata di pezzi straordinari: oltre che con la già citata “’O ccafè”, ad esempio, si presta omaggio a Domenico Modugno con la scanzonata “Io, mammeta e tu”, intrecciata ad una lontana filastrocca provenzale su ritmi quasi caraibici. Viene, dipoi, restituita alla sua originaria malinconia di lamento d’un innamorato la celeberrima “Luna rossa”, ironia e tristezza si mescolano nella altrettanto conosciuta “Agata” per un sentito omaggio a Nino Taranto, mentre a Renato Carosone si presta ossequio con una delle sue cose meno note, “Giacca rossa”. L’emozione corre a fiotti ovunque, dilaga nella quasi centenaria “Scetate” come nella straziante “I’ te vurria vasa’!”; raggiungendo vertici inimmaginabili di lirismo in “Piscatore ‘e Pusilleco”, con la suggestiva vocalità sarda di Andrea Parodi, “’Na mmasciata”, in duetto con la voce lunare della tunisina Mounà Amari, ed una indimenticabile “Malafemmena” ibridata con “Amapola”, in virtù dell’ugola magica di Susana Baca.


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