Ludica in Fabula: giocare senza divertisi, quando il vizio è dipendenza

Ludica in Fabula: giocare senza divertisi, quando il vizio è dipendenza

23 agosto 2017

Se dal silenzio qualcuno urlasse “giochiamo” le risonanze sarebbero troppe, le reazioni differenti. Un bambino, d’istinto guarderà un pallone abbandonato per strada e con gli occhi dell’attesa, ci inviterà a lanciarlo in aria. Un adolescente penserà alla sua play station, abbandonata sul suo lettino disfatto, solo per una breve pausa di studio. Un’ anziana signora si affaccerà nostalgica alla finestra del suo salotto immaginando disegni noti sulla stradina di casa e si rivedrà fanciulla a saltare urlando a squarciagola “campana!”. Una mamma, orgogliosa, guarderà le due figlie indossare le sue scarpe fingendo di esser “grandi”.

Qualcuno, nell’ombra, avrà uno sguardo triste, preoccupato, assente; accenderà una sigaretta e la lascerà consumarsi tra le dita. La stessa persona, qualche anno prima avrà lanciato un pallone, giocato per la strada con i suoi coetanei, riso per un capitombolo di troppo nel rincorrere il suo migliore amico. Oggi è troppo distante dal gioco, da quell’idea, spontanea, che giocare faccia ridere e sorridere, sudare, sbucciare le ginocchia, liberare la più ingenua delle fantasie.

Ma cosa è cambiato nella sua vita?

Quando ha smesso di cercare un compagno di giochi?

Quando ha iniziato ad isolarsi per immergersi nel suo gioco solitario?

Perché, ora, si vergogna di dire a sua moglie, ai suoi, bambini, ai genitori: esco, vado a giocare!?

Quando il gioco diventa patologico se, per antonomasia, fa divertire, crescere, comunicare, imparare, distrarre?

E’ questo il dilemma di chi gioca senza divertirsi, con il dolore di chi non dà in pegno una biglia o un po’ del suo tempo, ma la sua vita, la sicurezza economica dei suoi cari, la serenità della famiglia. Qualcuno si chiederà: come può ridursi ad una prigione angusta e dolorosa? Perché non smette di farsi del male? E’ solo un gioco, come può condurre ad un dolore così intenso? Perché per qualcuno è stato più facile morire che smettere di giocare?

La risposta più immediata è anche la più scontata. Il gioco è interazione spontanea, un bisogno che può definirsi primario che nasce dalla motivazione di uscire dalla realtà o di simularla con regole proprie, libera dal rigore del “predefinito”, con l’unico scopo di distrarsi, di divertirsi. Quando perde tali connotazioni di leggerezza e creatività smette di essere gioco per appesantirsi dell’ansia del risultato, della tensione solitaria di chi spera in un esito razionalmente impossibile e si dispera nella disillusione.

Si ricade nell’antica e tristemente attuale contrapposizione tra agon e alea, dove una meta raggiunta mediante una sana “competizione” si pone in antitesi al mero caso, in cui il risultato non si favorisce con le proprie capacità, ma si spera con l’illusorio miraggio del “fortunato”. Una freccia scoccata nel tiro a segno che raggiunge il bersaglio per la capacità di un tiratore che si è allenato con costanza (agon) è diversa da una freccia che incontra il favore del vento, una folata improvvisa e inaspettata raggiungendo il medesimo risultato (alea).

Il giocatore patologico spera e si dispera. Nella solitudine dell’incompreso che teme di essere smascherato, messo a nudo delle “lucide” e “diaboliche” strategie che mette in atto per difendersi dalla consapevolezza di essere il prigioniero di se stesso. Non sceglie, si fa scegliere anche quando il suo “oggetto d’amore” ha un potere distruttivo capace di vanificare i progetti di una vita.

Esiste una luce che sopravvive al buio della dipendenza patologica dal gioco. Occorre accoglierla, proteggerla, tenerla viva nonostante i potenti spiragli della tentazione (ricaduta). Il segreto è nella condivisione del percorso con la famiglia che “deve” partecipare attivamente al cambiamento dello stile di vita. Questo non si riduce al gioco patologico, ma si estende a tutti quegli atteggiamenti quotidiani che hanno motivato, sostenuto, incoraggiato, giustificato il comportamento disfunzionale; combattere quella potente “incapacità nel volere”, non sempre sostenuta da una momentanea “incapacità di intendere”.

Il passaggio obbligato, per una sana e equilibrata riappropriazione del quotidiano essere e divenire, è nel “non posso” che deve mutare, passando dal “non voglio”, per approdare al “non mi interessa”.

… e lanciare in aria quel pallone lasciato ad impolverarsi nei ricordi di una vita libera e autentica.