Le Acli con Libera per ricordare le vittime della mafia: perché la memoria sia luce di speranza

Le Acli con Libera per ricordare le vittime della mafia: perché la memoria sia luce di speranza

21 marzo 2017

«Prima di combattere le mafie devi farti un autoesame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci»: Rita Atria, testimone di giustizia, morì suicida il 26 luglio 1992, una settimana dopo la strage di via d’Amelio. Aveva sperato che un cambiamento fosse possibile, aveva creduto che la giustizia degli uomini giusti avrebbe vinto.

Rita Atria è tra le vittime di mafia ricordate ieri sera durante la veglia ecumenica celebrata al Duomo di Avellino. Organizzata dall’associazione Libera, ha voluto essere un’occasione in cui al silenzio, alla riflessione e alla preghiera si unisse la consapevolezza di una comunità che, in quanto tale, può far fronte comune, a viso aperto, contro il nemico dell’umanità, che del bene comune è il nemico per eccellenza: il cancro mafioso.

Le Acli di Avellino, insieme ai familiari delle vittime irpine, all’Azione cattolica, ai rappresentanti delle Diocesi di Avellino, Ariano, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza, Nusco e Bisaccia e al gruppo degli Scout irpini, hanno aderito all’evento e partecipato attivamente a una manifestazione che ha voluto soffermarsi e rappresentare i temi del coraggio, della verità, della fiducia, della gioia, del perdono, della bellezza e della speranza. Presenti ieri sera in Duomo il presidente AcliTerra Giovanni Perito, il responsabile vita cristiana Acli Gerardo Salvatore, la vice-preidente provinciale Acli di Avellino Mariangela Perito e i ragazzi del Servizio Civile: Filomeno Napolitano, Daniele D’Argenio, Deborah Cesa, Anna D’Aliasi, Alessio Arrighini e Maria Andreotti, protagonisti di un momento di riflessione sul tema del perdono: «L’ultimo messaggio che Gesù rivolse all’umanità fu quello sulla croce, “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”; perdonare i membri del sinedrio, Pilato, i soldati, la folla, perdonarli perché non sapevano quello che stavano facendo, condannandolo a morte. Allo stesso modo, noi dovremmo chiedere perdono a tutti coloro che la mafia ha crocifisso, perché come la folla sul Golgota siamo rimasti a guardare. Chiediamo perdono per averli abbandonati, per non averli sostenuti nelle loro lotte, per non avergli reso giustizia. Chiediamo perdono a Nunziante Scibelli, Antonio Ammaturo, Pasquale Campanello, Francesco e Antonio Graziano, Salvatore Manzi, Francesco Antonio Santaniello, Vittorio Rega e, ancora, a Domenico Beneventano, Mariello Torre, Mario Ferino, Rosa Visone, Gennaro Gaiano, Franco Imposimato, Salvatore Nuvoletta, Gennaro Falco, Annalisa Durante, Vito Schifani, Giancarlo Siani, Peppino Impastato, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone. Chiediamo perdono al Signore, per tutte le volte che abbiamo lasciato un nostro fratello morire da solo».

Perché la coscienza che ha consapevolezza del bene avverte prima o poi il bisogno di chiedere perdono e la società, per dirsi civile, deve esprimere e mettere in pratica i dettami di una coscienza civile. È dovere sacrosanto di ogni società civile provvedere al benessere della propria comunità, alimentando una cultura che si fondi sul diritto e sulla difesa del bene, individuale e comune, affinché, le storture del passato non condizionino in maniera decisiva il presente né la progettazione del futuro. E’ con queste finalità, e per restituire alle vittime innocenti la voce violentemente zittita, che la lotta alla corruzione e all’insabbiamento alza il volume nel pronunciare i nomi dei martiri di una società ferita e oltraggiata, in cui la legalità ha sempre più le sembianze dell’eccezione alla regola vigente. Barbara e sciagurata è quella società che trascura la testimonianza consegnata da coloro che hanno espresso, fino al sacrificio estremo, coerenza e lealtà nei rapporti e nella quotidianità dell’impegno. E perché quel messaggio esemplare non venga mai rimosso, perché il tempo di quei martiri resti presente, finché l’illegalità e il crimine disumano saranno attuali, è necessario che si coltivi e si rinnovi costantemente la memoria.