L’altro Olocausto, quello rom e sinti ricordato da Moni Ovadia

L’altro Olocausto, quello rom e sinti ricordato da Moni Ovadia

29 gennaio 2016

Discriminazione? E’ proprio con questa parola che venne giustificato, 71 anni fa, uno degli episodi più tristi della storia dell’umanità a livello mondiale. Ciò che è stato non va dimenticato, scriveva Primo Levi, ma a anni di distanza sembra ancora oggi che la discriminazione rimane, così come una parte di storia appare sbiadita, cancellata dai vecchi libri di storia.

Moni Ovadia, intervenuto al Teatro “Carlo Gesualdo” di Avellino, ha voluto sottolineare proprio quella parte di storia che spesso non viene sottolineata.

L’impellente necessità di ricordare e di preservare dall’oblio una triste pagina di storia che si colloca aldilà di ciò che è universalmente riconosciuto umano.

Moni Ovadia

Moni Ovadia

L’Olocausto non è stato solo quello degli ebrei: c’è gente che è stata arsa viva solo perché nata zingara, o omosessuale o malformata o antifascista.

E per discriminazione non serve andare così lontano negli anni, solo nel 2008 l’allora presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, tramite un decreto, dichiarava lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi con conseguente schedatura.

Ma torniamo alla guerra, 50 furono i campi di internamento in Italia, solo alcuni contenevano oltre 200 rom. Il silenzio dei media sulla situazione vissuta dai nati gadjo è pericoloso ed allarmante, non è questa discriminazione? Si dimentica spesso che questi cosiddetti zingari hanno anch’essi origini italiane.

In questo silenzio assordante echeggiano come un eco le parole di Moni Ovadia, un ebreo nato italiano, nonché noto drammaturgo, cantante e scrittore:

L’ebreo di oggi è il rom, il sinti, l’omosessuale, il mussulmano, il profugo che muore nella fossa comune del Mediterraneo. In questi giorni assisteremo ad un profluvio di trasmissioni sulla Shoah, ma nessuno penserà di collegare quel ricordo con gli stermini di massa di cui siamo complici oggi non raccontandoli.”