La strage di via D’Amelio ventisette anni dopo, oggi la commemorazione

La strage di via D’Amelio ventisette anni dopo, oggi la commemorazione

19 luglio 2019

“La sensazione di essere un sopravvissuto e trovarmi in pericolo non mi allontana dal lavoro che faccio. Abbiamo il dovere morale di continuare anche a costo della vita” queste le parole di Paolo Borsellino durante un’intervista rilasciata pochi giorni dopo la morte del collega Giovanni Falcone, il 23 maggio 1992. Cinquantasette giorni di agonia, in attesa della morte certa, lo sapeva il magistrato che tuttavia continua a lavorare fino alla fine.

Poi, quel boato infernale, quel grido muto. Era il 19 luglio del 1992 ore 16.58, quando il giudice Paolo Borsellino veniva assassinato per mano di Cosa Nostra, sotto l’abitazione della madre in via D’Amelio, a Palermo. Assieme a lui morivano, per l’esplosione di una Fiat 127 imbottita di tritolo, anche i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi. Erano passati solo 57 giorni da un altro, efferato omicidio di mafia, quello dell’amico e collega Giovanni Falcone.

Solo pochi giorni fa, la Commissione antimafia ha deciso di desecretare, insieme a gran parte degli atti ancora riservati, l’audizione dell’8 maggio 1984, in cui Borsellino racconta l’importanza e la pericolosità delle indagini che il suo pool sta portando avanti e che si concluderanno, poi, nel Maxi Processo del 10 febbraio 1986. [PER ASCOLTARLA CLICCA QUI]

Ventisette anni dopo in via D’Amelio il ricordo del giudice, le commerazioni, per la prima volta senza la sorella Rita, morta lo scorso anno. Ma il grido del fratello Salvatore è sempre forte. «Quest’anno mi riesce più difficile partecipare alle celebrazioni perché non c’è Rita – ha detto il fratello Salvatore – ma sono felice che, per la prima volta, questo anniversario sia stato programmato insieme dal movimento delle Agende rosse e dal Centro studi Paolo Borsellino. Per me non si tratta solo di fare memoria, ma di lotta perché ogni volta dobbiamo ricordare che a ucciderlo non è stato il nemico, bensì il fuoco che proveniva dalle sue spalle, da chi doveva combattere insieme a lui. Per questo per me memoria significa lotta».