La storia di Luigi Cuomo, tra viaggi lontano da Avellino e premi cinematografici.

La storia di Luigi Cuomo, tra viaggi lontano da Avellino e premi cinematografici.

12 ottobre 2015

Nemmeno trentenne, il regista avellinese Luigi Cuomo ama il cinema neorealista e tra studi, viaggi e formazione professionale cerca di non perdere il contatto con la sua terra.

Dopo aver emozionato a settembre nel corso dell’Anteprima del Laceno d’Oro, “Costellazioni” il documentario dell’avellinese Luigi Cuomo si è aggiudicato, lo scorso 4 ottobre, il Vesuvio Award come Miglior Documentario e il premio LAB80 per la distribuzione al NapoliFilmFestival.

Ambientato nel mondo del circo, “Costellazioni” è stato girato dal giovane regista come lavoro finale del suo percorso di studi alla Scuola di Cinematografia dell’Aquila; il lavoro risponde alla curiosità di scoprire la vita degli artisti del circo quando sono fuori dal tendone.

A loro, ai suoi docenti, ai genitori e alla fidanzata Cuomo ha dedicato le prime parole con cui ha annunciato la vittoria al NapoliFilmFestival sul suo profilo Facebook, un modo gentile di rendere omaggio a chi ha supportato questo lavoro.

Girato tra San Vito Chietino (Ch), Pesaro, Corigliano Calabro (Cs) e Poggibonsi (Si) nel 2014, il documentario osserva l’ex acrobata, Renè Rodogell, esperto allenatore e mentore di ragazzi e bambini che cura con affetto e rigore; il domatore di leoni Denny Montico, classicamente un duro dal cuore d’oro e la cavallerizza Yvette De Rocchi, divisa tra la famiglia, lo spettacolo e l’iniziazione del figlio all’arte equestre.

Il regista vuole mostrare il lato quotidiano di un mondo così particolare, un mondo i cui componenti sono uniti da un’unica passione e che, perciò, girano per il mondo come tante stelle di un’unica costellazione.

Luigi Cuomo, ci racconti il suo percorso formativo e artistico…

“Sono nato ad Avellino nel 1986, nel 2010 mi sono laureato in “Comunicazione Interculturale” indirizzo antropologico presso l’ Università degli studi di Torino. Ho iniziato ad interessarmi ai racconti per immagini, partendo dalle realtà periferiche torinesi, prima attraverso lavori fotografici poi tramite il video. Negli anni universitari ho frequentato corsi di regia e montaggio e mi sono appassionato al documentario. Nel 2012 sono andato a L’Aquila per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia”.

Quali sono le maggiori influenze?

“Per gusto personale prediligo il cinema cosiddetto del reale. In questo ambito tra i miei autori preferiti ci sono sicuramente i fratelli Dardenne. Per quanto riguarda il territorio nazionale tra gli autori più recenti apprezzo molto Alba Rohrwacher e Leonardo Di Costanzo. Se ci spostiamo al genere documentario Werner Herzog è uno dei geni più puri che il mondo del documentario ( e non solo) può annoverare”.

Quali lavori hai realizzato prima di questo corto?

“Costellazioni è il mio saggio di diploma al “Centro Sperimentale di Cinematografia” ed è il mio primo “grande” lavoro. Prima di questo documentario ho realizzato solo prodotti brevi come videoclip o brevissimi documentari per lo più di carattere didattico”.

Perché il circo?

“Secondo me quando si gira un documentario dev’esserci prima di tutto un’esigenza conoscitiva che poi diventa narrativa. Ecco, fin da bambino sono stato affascinato da questo mondo magico ed ora ho voluto scoprire come vivono i circensi al di fuori dello spettacolo per provare a restituirlo in modo cinematografico”.

Come si è svolta la lavorazione di questo documentario così particolare?

“Dopo aver scelto il tema del mio documentario ho contattato decine di circensi a cui ho raccontato la mia idea. Ho deciso poi i miei quattro protagonisti (che sono diventati tre in fase di montaggio) e li ho raggiunti in giro per l’Italia per intercettarli nelle loro vite. Un lavoro del genere dovrebbe essere fatto con una troupe di almeno 3/4 persone ma io ho deciso di muovermi da solo e quindi gestire da me camera ed audio per poter meglio entrare in empatia con i personaggi e cercare di sconvolgere il meno possibile la loro vita”.

Ha scelto il documentario, c’è in qualche modo un legame con la tradizione di neorealismo e del Laceno d’Oro che cos’ fortemente caratterizza Avellino?

“Certamente il cinema neorealista per molti aspetti si avvicina al genere documentario per lo sguardo diretto agli avvenimenti e ai personaggi narrati. Io ho deciso di intraprendere questa strada seguendo la mia formazione universitaria in ambito antropologico che mi ha aiutato a sviluppare una propensione all’osservazione delle persone e ai loro contesti di provenienza”.

Il suo sogno nel cassetto…

“Spero di riuscire a continuare questa strada in ambito audiovisivo. Per ora sto iniziando a tracciare il mio solco…”.

Che rapporto ha con la città? Resterà o andrà via?

“Appena finite le superiori sono andato all’Università a Torino. Una fuga naturale a 18 anni, quando sei cresciuto in una città di provincia. Finita l’Università ho voluto fortemente tornare ad Avellino da dove però sono ripartito dopo qualche tempo, questa volta per formazione… Sono stato tre anni a L’Aquila frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia ed ora sono di nuovo ad Avellino. Non si può dire che non sono legato a questa città ma sicuramente non ne sono schiavo”.

I luoghi e il ruolo della cultura nella vita dei giovani e non ad Avellino, cosa vorrebbe cambiare e come?

“Negli ultimi anni ad Avellino i luoghi e i momenti di cultura sono molto aumentati. Questo è stato possibile grazie sopratutto a lodevoli iniziative private che, però, da sole non possono fare miracoli.

La vita culturale avellinese non è eccelsa, ma di questo non mi lamento perché Avellino è una città di piccole dimensioni ed è fisiologico che non ci possano essere grandi eventi, ma appunto per questo si dovrebbe ragionare, a livello istituzionale, in altro modo.

Gettare le basi per creare cultura dovrebbe essere un compito fondamentale della politica, mentre sembra che ad Avellino si riesca solo a consumare poco e male invece di pensare a programmare ed investire nella formazione.

Siamo una città in mezzo alle montagne, senza interscambio con l’esterno e ci specchiamo sempre e solo tra di noi, senza la possibilità di accogliere persone da fuori città che con uno sguardo diverso potrebbero aiutarci a vedere ciò che non riusciamo ad osservare sia otticamente che mentalmente”.

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