La mano del clan Cava dietro un giro di usura tra Reggio Emilia e Modena

La mano del clan Cava dietro un giro di usura tra Reggio Emilia e Modena

10 febbraio 2016

Ci sarebbe la mano dei referenti del clan Cava di Quindici, in provincia di Avellino, dietro alcuni episodi di usura ed estorsione scoperti dai Carabinieri di Reggio Emilia nell’ambito dell’operazione denominata Don Matteo condotta in più province in Emilia Romagna.

Ben otto le persone destinatarie di misure cautelari, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di usura, estorsione e false fatturazioni.

In carcere, tra i vari, sono finiti due campani (di Salerno e Torre Annunziata); ai domiciliari altre 5 persone mentre per un giovane salernitano residente a Correggio è stato sottoposto alla misura cautelare dell’obbligo di firma.

Uno di questi sarebbe in contatto con esponenti dei clan camorristici Cava di Avellino e Pagano, attivo nell’agro nocerino sarnese. Un altro avrebbe invece stretti legami con un imputato in Aemilia ora al 41 bis perché affiliato alla cosca Grande Aracri.

Così il comandante del reparto operativo di Reggio Emilia Alessandro Di Michino: “Ci sono state delle evidenze ed elementi che però non hanno portato a risvolti di coinvolgimento giudiziario, quindi restano come fatto appreso nell’ambito del contesto investigativo”.

CAVA GIA’ PRESENTI IN EMILIA – Nei primi anni 2000, nell’ambito dell’operazione “Tempesta” fu sequestrato a Medesano, in provincia di Parma, un conto corrente riconducibile ai Cava. Così pure ad Alseno, nel piacentino. Ad Alseno furono sequestrati anche numerosi immobili in località Colle San Giuseppe, ben 36 unità abitative che secondo gli inquirenti erano intestate a dei prestanome.

IL GIRO D’USURA – Tassi di interesse tra il 180 e il 350% applicati su prestiti ipotizzati di oltre un milione di euro, di cui circa 200mila documentati dall’inizio indagine. Sono questi i contorni dell’operazione Don Matteo che ha portato all’esecuzione di otto misure cautelari eseguite dai carabinieri di Reggio Emilia.

Il pm Giacomo Forte della procura di Reggio Emilia ha richiesto ed ottenuto dal giudice i provvedimenti restrittivi di natura cautelare che sono stati eseguiti dai carabinieri reggiani in collaborazione con i colleghi dell’arma territorialmente competenti. Un’attività investigativa resa possibile grazie anche alla collaborazione della Fondazione Antiracket San Matteo Apostolo di Bologna.