Il complicato rapporto tra l’Italia e il gioco d’azzardo

Il complicato rapporto tra l’Italia e il gioco d’azzardo

27 aprile 2018

Le elezioni si sono da poco concluse e con loro se ne sono andate la campagna elettorale e le relative promesse di partiti e candidati. Tra queste, immancabile, la dichiarata volontà dei partiti di matrice populista di intraprendere la strada della lotta al gioco d’azzardo.

Per molti, quasi tutti, una mossa praticamente dovuta, soprattutto quando si riferisce a quei “giochi” a cui chi partecipa ha spesso una patologia non facilmente sradicabile. Non è un caso che l’ultimo governo avesse varato nel corso del 2017 una cosiddetta “Manovrina” atta a dimezzare le famose slot machine che imperversano nei bar del paese.

Una mossa politica in vista della tornata elettorale? Forse, ma con tempistiche certamente sbagliate, considerando che il decreto scatterà a fine aprile, quando agli occhi dei cittadini il merito sarà del nuovo esecutivo.

Opportunità a parte, tutto giusto, se ci dimentichiamo che il gioco d’azzardo è la terza impresa del paese, generando il 4% del prodotto interno lordo. È altrettanto vero che il gioco si configura in svariati modi e che lo Stato è monopolista in larga parte, basti pensare al Superenalotto o al Totocalcio. Tasse, in fondo. Sbagliate, probabilmente, ma senza le quali come si potrebbe fare fronte alle necessità del paese, alla riduzione del debito pubblico?

Proprio per questo l’Italia, come d’altronde tante altre nazioni, vive questa eterna contraddizione. E dopo tutto non c’è stato governo che abbia effettivamente inciso in senso proibizionistico, perché se è vero che una riduzione del gettito da queste fonti nel lungo tempo sarebbe equilibrato dalla riduzione del costo in termini di interventi sul piano sociale per sostenere chi è caduto nella patologia, è noto che comunque ci vorrebbero anni per ottenere gli attesi risultati positivi. Nel frattempo, chi paga?

Non è una sorpresa dunque che gli ultimi governi, a partire dall’ultimo Governo Berlusconi, abbiano aperto al gioco online, potenzialmente più capillare ma anche più facilmente controllabile grazie all’AAMS e meno appetibile per via della minore immediatezza: non si spendono né vincono contanti, il processo di inserimento dei crediti e dell’ottenimento è più complicato e soggetto a limiti e accertamenti come si può vedere in un qualsiasi casinò sul web o slot online gratis o meno.

D’altronde non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, in quanto esistono anche molti giochi nei quali l’abilità ha un peso non indifferente e che attira giocatori in grado di crearsi una professione, come i professionisti del poker. Rendere nuovamente illegale tutto il gioco online sarebbe una mossa liberticida assolutamente insensata che comunque spingerebbe gli appassionati a giocare all’estero sfruttando tecniche per esperti, le cosiddette VPN (virtual private network) che permettono di navigare come se si fosse in un’altra nazione.

La situazione insomma non è ideale e non esistono ricette facili. Certamente impedire o complicare l’accesso alle slot fisiche può aiutare a lenire la situazione, ma non si può escludere che se il gettito sarà sensibilmente ridotto il prossimo esecutivo non sia “costretto” a mosse potenzialmente ancora più discutibili per rimpinguare le casse statali.