I 50 anni dalla nascita di Vallesaccarda: la storia

11 maggio 2008

Fervore a Vallesaccarda per i festeggiamenti del 50esimo anniversario dalla separazione da Trevico. Una tappa che abbraccia mezzo secolo, mantenendo tuttavia viva la memoria storica e i principali avvenimenti che ne hanno segnato la nascita. Dopo la seconda guerra mondiale, Vallesaccarda era una frazione del Comune di Trevico ed era composta di numerose piccole borgate, che, tutte insieme, erano più grandi del paese. Gli abitanti erano per la massima parte mezzadri, coloni o braccianti, tutti poveri fino alla disperazione. Tutti o quasi i terreni appartenevano a poche famiglie, quelle dei cosiddetti “Signori”. I Podestà, prima del 1948, non eletti dal popolo, avevano praticato una politica del territorio talmente miope, che aveva portato all’esasperazione tutti i vallesaccardesi. Solo nel 1949/1950, infatti, fu costruito il cimitero; prima di allora, quando moriva qualcuno, bisognava portare la bara a spalle fino a Trevico, inerpicandosi sulle stradine impervie e fangose d’inverno. Ancora per più di metà degli anni cinquanta non c’era l’energia elettrica e, di sera, nelle case si accendevano delle lanterne ad olio o, nelle abitazioni di chi stava meglio, il “gasometro”, che illuminava di più. Per qualsiasi atto amministrativo, per qualsiasi certificato, bisognava ogni volta sobbarcarsi ad uno stressante viaggio, a piedi o in groppa ad un asino, nella migliore delle ipotesi. Perfino l’ufficio postale fu istituito in quegli anni. Il primo impiegato fu Pasquale Ragazzo, detto “Pasqualin’ lu pustier’ ”, che operava dove adesso c’è il panificio Pizzulo con ingresso da Rampa Garibaldi. Precedentemente, a distribuire la posta, veniva da Trevico “Felice lu pustier’“. La quasi totalità delle persone di Vallesaccarda non poteva mangiare neppure il pane bianco di grano, quasi tutti dovevano accontentarsi del “parruozzo”, che era un pane fatto con la farina di granturco, poco gradevole, tanto che, per migliorarlo, si mettevano anche i semi di finocchietto, pesante come il piombo, odiato da chi era costretto ad usarlo per nutrirsi. La dieta dei poveri prevedeva molto spesso la verdura, non per scelta o per gusto, ma per necessità. I “Signori”, per dileggio, definivano i meno fortunati “mangiafoglie”. Il ricorso alla verdura era una vera e propria necessità, perché non dovevano comprarla, perché nasce spontaneamente anche nei demani dello stato, anche lungo i vecchi tratturi ben concimati dal passaggio di migliaia di pecore. Ad aggravare la situazione di contrasto fra quelli che abitavano a Trevico e gli altri delle frazioni, si aggiungano taluni comportamenti di supponenza non solo da parte dei “Signori”, ma anche da parte del popolino del centro di Trevico, che, sprezzantemente, chiamavano “cafoni di fuori” chi abitava nelle frazioni. Principali “attori” della “lotta per la liberazione” da Trevico furono soprattutto Alfredo Addesa, Vittorio Pagliarulo , Vito Pagliarulo (Guardia Municipale), Domenico Pagliarulo, presso la cui “cantina” si radunavano quasi sempre i “Complottardi”, Nicola Pagliarulo, conosciuto col soprannome “Manuela”, Rocco Pagliarulo “Scambone”, Rocco Pizzulo “Giacull’”, Euplio La Ferrara “Pellicci”, Salvatore Cipriano di “Ciopp’ra”, insomma, era una lotta epica, alla quale partecipavano tutti. Per onestà, bisogna ricordare altre due persone, non di Vallesaccarda, che presero parte molto attivamente a tutte le manifestazioni e a tutti i viaggi, che si fecero ad Avellino e a Roma , avendo come referente unico l’On. Fiorentino Sullo. Si tratta di Don Nicola Boccieri, da tutti conosciuto come Padre Paolo, che era il nome che aveva assunto da frate francescano, e Aurelio De Vicariis di Flumeri, che abitava a Vallesaccarda, giacchè la moglie, Elena Santoro, era l’ostetrica del paese. Se il referente autorevole era l’on. Fiorentino Sullo, il politico beniamino del popolo era il Maestro Raffaele Ingrisano di Sturno. Fu candidato dalla D.C. nella Baronia al Consiglio Provinciale, pur essendo di un paese che non faceva parte del Collegio. Egli riuscì a raggiungere, a Vallesaccarda, un risultato che, oggi, si definirebbe bulgaro e che risulta un primato vero e proprio: lo votò, infatti, il 94% della popolazione, tanto che, alla Provincia, lo definivano il Consigliere di Vallesaccarda. A lui si rivolgevano, in prima istanza, prima di coinvolgere l’on. Fiorentino Sullo e con lui furono concordate tutte le strategie per separarsi dal Comune di Trevico. Ovviamente, i paladini erano i due maestri Addesa Alfredo e Pagliarulo Vittorio, che diventarono i protagonisti anche dei canti popolari che tutti cantavano sia nei campi, quando lavoravano, e sia in piazza nelle adunate a cui partecipavano proprio tutti, grandi e piccoli. In occasione delle elezioni comunali, dopo il 1948, si mobilitavano tutti. Il primo sindaco del dopoguerra, eletto dal popolo, non nominato come era prima il Podestà durante il periodo del fascismo, fu l’insegnante Alfredo Addesa, grande comunicatore e trascinatore, capace, durante i comizi, di infiammare le piazze.
Ovviamente qualche strofa delle canzoni era
indirizzata a lui:

“A la contrada r’ Coccaro
Ngé n’omo sturius’
Nui lu purtam’ a Tr’vich’
Ca adda bben’ cummannà”


Certamente i “Signori” di Trevico, che in Consiglio Comunale erano in minoranza, le tentarono tutte, per attirare qualche consigliere dalla loro parte, promettendo anche la cessione di terreni. In quelle occasioni vennero fuori anche le debolezze di alcune persone, ma si manifestarono anche le grandi virtù di uomini disposti a morire di fame senza tradire la causa comune. Va detto, a sua memoria e per la soddisfazione di tutti i suoi eredi, che il più famoso di questi “eroi” fu La Ferrara Euplio “Pellicci”, al quale, povero in canna e con una famiglia numerosa, volevano cedere alcuni ettari di terreno coltivabile.
Il secondo Sindaco di Trevico fu l’altro insegnante, Vittorio Pagliarulo, persona molto pacata, equilibrata, non dotato di molte capacità oratorie, ma ricco di doti umane e amato dalla sua gente. Anche lui entrò nelle canzoni popolari:

“Vittorio r’ Ferritt’
Eia n’om’ cchiù addritt’
Lu pop’l’ r’additt’
Ca lu sinn’ch’ adda fa”


Insomma, avendo Vallesaccarda e le altre frazioni più votanti del centro di Trevico, posizionata sul cocuzzolo, i trevicani, non riuscivano mai ad eleggere il Sindaco e la Giunta, cosicché arrivò il momento in cui si resero conto che bisognava separarsi. La delibera di Consiglio, presieduto da Vittorio Pagliarulo, sancì la volontà comune di separarsi. L’on. Fiorentino Sullo si rese promotore, allora, della proposta di Legge, votata il 21.03.1958, per l’autonomia del Comune di Vallesaccarda. Partirono da Vallesaccarda, per assistere alla votazione in Parlamento, Vittorio Pagliarulo, Domenico Pagliarulo, Pagliarulo Vito, Aurelio De Vicariis e Don Nicola Boccieri. In quella occasione dovette fare parecchia neve, perché, al ritorno, dovettero fare a piedi da S. Sossio Baronia a Vallesaccarda. Questa circostanza, ovviamente, assunse, nei racconti degli anni successivi, i contorni della favola epica.


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